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Per la prima volta ascoltandolo, non vorremmo avere la vita di Guè Pequeno

In Mr. Fini c’è ancora un macchinone della madonna, ma chi lo conduce a questo giro ha provato a confessarci di più dei suoi momenti down. Non con la razionalità del Tony Soprano dall’analista, ma con l’irrequietezza e la rassegnazione di Tony Montana che si lascia andare al ristorante.

Articolo di
Gabriele Bardassarre
on
03
-
07
-
2020

È passato qualche giorno dalla release di “Mr Fini”, ma l’ascolto ripetuto di tutto il disco non riesce a cancellare la chiusura della prima strofa de “Il Tipo”: “tu guardi il macchinone, io chi lo conduce”. Potrebbe essere la didascalia della prossima foto del tuo finto G di zona, ma anche un consiglio paterno da boss di Sonny in “A Bronx Tale”. Forse è solo un bellissimo invito ad andare oltre la superficie del disco e non guardare il macchinone del tipo che sa che far paura è meglio che farsi amare, per provare a scavare nelle confessioni nel tipo che lo conduce.

La differenza coi dischi precedenti è forse meno netta del previsto e nell’ascolto complessivo viene parzialmente meno la superficie di introspezione, bianco e nera emersa con la copertina e il racconto pre-disco. Quello che sembrava dovesse essere un mezzo punto di rottura col passato non è arrivato tanto con l’album in toto, ma è più che altro riscontrabile in pillole, da “Tardissimo” fino a “Ricordi” e “Stanza 106”, che lasciano pensare a questo lavoro più come un punto di inizio, che come una destinazione raggiunta.

Se nel prequel di questo album Guè  diceva Ho paura e fuggo, questa volta ci dice che ha provato a freddarsi e se prima i richiami al rapporto paterno erano più accessibili e digeribili per tutti, questa volta sono macigni personali che ritraggono un conducente con tanta voglia di togliersi quel peso dalle spalle, ma senza ancora la lucidità di chi ne è uscito. Non con la razionalità del Tony Soprano dall’analista, ma con l’irrequietezza e la rassegnazione di Tony Montana che si lascia andare al ristorante dopo una giornata di estremi.

Per la prima volta ascoltandolo, essere Guè sembra una cosa difficile e a cui non tutti saremmo pronti ad andare in contro, ma vorremmo saperne di più sul perché.
In fondo quel macchinone lo vorremmo rivedere, forse solamente con i vetri un po’ meno oscurati per vedere meglio il buio dentro il tipo che lo conduce.

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Autore:
Gabriele Bardassarre
Scrivo per Esse Magazine dal 2017 e quando ho voglia di scrivere, mi piace scrivere di cose che nessuno ha ancora scritto.
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