Interviste

Geolier merita ancora più attenzione

Abbiamo parlato del successo di "Emanuele", di "M' Manc", del suo passato e del suo futuro.

Articolo di
Federico Maccarrone
on
25
-
07
-
2020

Ritengo che il talento sia spesso sopravvalutato, perché, senza dedizione e volontà sufficienti, risulta inutile, spesso controproducente.


Ho sempre apprezzato, invece, l’umiltà, la sincerità e la dedizione, perché ritengo siano le veri componenti necessarie per incanalare il talento.


Emanuele sembra avere queste caratteristiche, per questo sono contento di poter scambiare due parole con lui, cercando di capire davvero come in 24 mesi un ragazzo di Secondigliano sia divenuto una delle realtà più promettenti del panorama italiano.


Il disco d’oro di “Emanuele” è solo la punta dell’iceberg: il vero potere di Geolier è l’espressività, riconosciuta da gran parte della scena e intrinsecamente legata alla scelta del napoletano per esprimersi.

Nel corso della sua crescita artistica, mi son reso conto che molto raramente si è aperto a parlare di chi fosse Emanuele, prima del successo di Geolier e della crescita esponenziale del rap di Napoli in tutta Italia, quindi gli domando incuriosito cosa ci fosse prima di tutto quest’esposizione.


"Prima di tutto questo casino che è successo, ero una persona normalissima a Secondigliano” dice lui ridendo.

“Ero uno dei ragazzi che scendeva sotto casa con gli amici, ma facevo rap in camera ed il rap non era preso molto bene dalle persone”.

Si interrompe, poi riprende: "Ho sempre fatto freestyle, anche da solo. Poi ho scritto “P’ Secondigliano”, che era il mio primo pezzo e da quel momento è stato preso tutto diversamente rispetto a prima”.

"Ora che mi ci fai pensare” gli dico” Qualche mese fa ho trovato su YouTube un tuo video in cui rappi in camere tua a circa 14 anni insieme a un tuo amico: qual è il primo ricordo che hai del voler fare rap?"


“Quello era un freestyle, ne facevo tantissimo prima di tutto questo, ricordo ore ed ore ad allenarmi. Quel video è stato girato quando avevo 12 anni, era quella l’epoca in cui ti sfottevano e mi faceva un po’ brutto, quindi lo avevo tolto e poi l’ho rifatto” ammette lui.

Guarda qui il freestyle di Geolier sul beat di "Int'o Rione":


Poi continua “Però voglio raccontarti come è iniziato tutto: avevo tipo 10-11 anni e mio fratello ascoltava molto 50 Cent.

Una sera si mise a guardare “Get Rich Or Die Tryin’” di 50.

Mi è bastato vedere il film e mi sono fissato, allora mi son detto “Voglio fare anche io il rap così, ma non sapevo nemmeno cominciare, non sapevo nemmeno come si facesse” e ride.


Riprende poi “A quel punto presi “I Can” di Nas e fu un vero tutorial per me per fare il rap.

Capii come si facevano le rime, come si facevano i pezzi, perché io non ne avevo idea prima.

Pensa che ho una traduzione di “I Can” in napoletano rappato, che è stato il primo pezzo che ho scritto”.

Ascolta qui "I Can" di Nas:

Eccolo uno dei punti fondamentali del successo di Geolier: il dialetto.

La sua scelta è inusuale rispetto alla normale tendenza dei rappers a scegliere un linguaggio accessibile al grande pubblico, arrivando a semplificare ulteriormente il proprio vocabolario.

Questa scelta è avvenuta in concomitanza con la maggiore diffusione del dialetto partenopeo nel rap nostrano.

Gli chiedo quindi se si sia mai chiesto come mai questa lingua è riuscita a divenire così influente e amata dagli ascoltatori.


Lui ci pensa un attimo e mi risponde: "L’italiano è bello e il rap italiano è fortissimo, ma nulla può suonare come suona il napoletano su una strofa o su un beat, perché io con il napoletano posso trasmettere non solo con le parole, ma anche nel modo in cui lo dico, con le melodie.

A volte non lo capisci nemmeno, però suona come quando ascolti un americano e non capisci tutto, ma avverti appieno ciò che ti vuole dire”.

“A proposito di musica: che altra musica ascoltavi in casa?” gli chiedo.


Lasciandomi un po’ esterrefatto, mi dice: "Michael Jackson bro, tutto il tempo.

Considera che lo ballavo pure. Ero proprio uguale, ero malato di lui”.

Questa varietà di influenze si rivede in tutte le sfaccettature di “Emanuele”, per questo gli dico: "Ho letto un’intervista di Polo G in cui diceva che “THE GOAT”, il suo ultimo disco, aveva un fine ben definito, cioè quello di dimostrare la sua versatilità.

Rivedo questa volontà anche in “Emanuele”, che ha un ampio raggio di sonorità e temi” gli dico, e concludo chiedendogli "Che obiettivo ti eri preposto con questo disco? Che obiettivo hai ora?”.


"Frate, io vengo da “Mercedes”, da “P’ Secondigliano”” e scoppia a ridere "Facevo singoli, a Napoli poi.

Figurati se potevo pensare di arrivare in tutta Italia”, mi dice sorridendo, ma poi, con estrema sincerità, ammette "Con il disco io cercavo credibilità, perché sapevo fare rap, sapevo fare musica e volevo che la gente lo sapesse che non ero solo “Queen” o “P’ Secondigliano”.

Con questo disco mi son preso un po’ di credibilità, ma ne voglio ancora di più. Io voglio rappresentare il napoletano che parte da zero, anzi da sottozero, e ce la mette tutta, fino a farcela”.

Ascolta qui "P Secondigliano":

Tra le altre cose, mi spiega anche che la repack, “Emanuele Marchio Registrato”, è un modo di coronare il successo del disco e sottolinea: "Avevo già dei pezzi che volevo fare e, quando ho fatto oro con il disco, mi son convinto che volessi fare una repack.

Con il senno di poi avrei messo questi pezzi al posto di altri”. “Quali brani non ti convincono più appieno del disco?”, "“Mala” e “Mucho Dinero””, mi risponde lui senza esitazione.


"E qual è la tua traccia preferita del disco, invece?” gli chiedo.


“New York”, “Senz’E Me” e “Intro”, perché sono io al 100%. “New York” è stato uno degli ultimi pezzi che ho scritto per il disco e l’ho scritto in America, senza base e nulla, perché erano solo pensieri. È autocelebrazione, ma mi rappresenta appieno”.

Ascolta qui "New York":

La componente che mi piace di “Emanuele” è la sincerità, la possibilità di vedere in controluce quello che è in primis un ragazzo che si sta rapportando a un mondo nuovo e affascinante.


Parallelamente a questo, però si intravede anche gli ostacoli dell’affacciarsi a questa scelta di crescita artistica e professionale, quindi gli domando quale sia il più grande ostacolo per lui oggi.

Senza attendere che finisca la frase, Emanuele mi risponde: "La difficoltà più grande è mantenere questo standard.

Io nella mia vita penso solo a questo: anche dopo il disco e la repack io vado ogni giorno in studio e faccio questo”.

Si interrompe un attimo e mi spiega ancor meglio: "Da quando ho iniziato, io non mi son mai fermato.

Forse la difficoltà più grande è stata mantenere il mio ritmo. Anche durante il lockdown ho scritto lo stesso, perché, anche se scrivo cazzate, io ho sempre bisogno di scrivere ciò che penso".

“Rimanendo in quest’ambito delle difficoltà, in “Provino” e nella title track sottolinei la differenza tra Geolier e Emanuele, la difficoltà del successo: qual è oggi la differenza tra i due?” gli chiedo io e lui, scoppiando a ridere, mi dice:

“Emanuele nessuno se lo cagava. Dopo le views, dopo questo successo, stanno cercando tutti Geolier, senza rendersi conto che è la stessa persona che prima veniva ignorata. La gente ci prova, lo vedi sempre: c’è chi ti saluta, chi ti lecca il culo, chiunque vuole esserti amico”.

Ascolta qui "Emanuele":

Geolier, tra le altre cose, fa parte del roster BFM, che rappresenta il non plus ultra del rap napoletano e che è gestito direttamente da Luchè, il cui nome è un’assicurazione di qualità.

“Quando hai conosciuto la prima volta Luchè?” chiedo a Emanuele.

Lui esordisce dicendomi: “Dal punto di vista artistico, non ti posso dire il primo pezzo o il primo momento in cui ho ascoltato Luca nei Co’ Sang, perché a Napoli loro sono storia. La cosa che mi ha impressionato è che, nel momento in cui ho conosciuto tutta la scena di Napoli, mi son reso conto che fino a pochi giorni prima li ascoltavo nelle cuffiette.

Da un giorno all’altro è cambiato tutto e ho conosciuto tutti”.

Poi continua: "Tramite Chiummariello ho saputo che Luca voleva conoscermi. Chiumma mi portò da lui e non riuscivo a crederci, perché mi studiavo le rime sue, ho imparato a fare rap da lui. Mi son sempre chiesto come abbiano fatto lui e Ntò a fare ciò che hanno fatto”.

Un’altra componente che mi piace di “Emanuele" è il fatto che nomini molte volte la figura di sua madre.

In “Dreams”, così come in “Capo”, Geolier la nomina diverse volte, quindi gli domando: “In che modo si è rapportata rispetto alla tua crescita professionale e artistica?”.


"Per mia mamma sono sempre il ragazzo di 5 anni fa, lei non ne vuole sapere molto” mi dice lui.

"Quando ho cominciato è stato un po’ difficile per la mia famiglia. Immagina se un giorno torni a casa, saluti i tuoi e dici che sei, in un certo senso, famoso. A Napoli è diverso tutto. A Secondigliano, dopo “P’ Secondigliano”, io non potevo più scendere da casa”.


Si interrompe e riprende: "Era già strano, perché i ragazzini erano già presi bene.

Pensa che andai all’instore di Capo Plaza e la gente, per la prima volta, voleva farsi le foto con me.

Immagina che prima che uscisse Luca (Capo Plaza) per firmare le copie si era creata un’altra fila per farsi le foto con me”.

Poi continua: "Son tornato a casa e ne ho parlato con i miei amici e mi son sentito davvero stranito rispetto alla situazione. Immagina spiegarlo a mia madre, poi, che altri ragazzi volevano foto, autografi, perché ho fatto una canzone.

Che poi, anche lì, immaginati fare ascoltare a tua madre una canzone che fa “Giro pe’ Secondigliano, dint’’a n’Audi nero opaco, ca me pare n’astronave” e lei che ti guarda come a dirti “Ma che stai facénn?””.

Scoppia a ridere e poi conclude: "Ora è diverso: dopo il disco e la repack è tutto un po’ più serio, lo ha capito anche lei e ne sono contento".

Ascolta qui "Dreams":

E sarebbe stupido non essere soddisfatti dei risultati che Geolier sta ottenendo negli ultimi mesi, considerando che, sempre più, Emanuele sta ottenendo una riconoscibilità e un apprezzamento rari da tutti i colleghi, firmando hit nazionali, come “M’ Manc”.

L’inciso in napoletano di Geolier è estremamente catchy e rappresenta uno dei motivi per cui il brano risulti così apprezzato, quindi gli ho chiesto come sia nato il brano.


Lui ride e mi dice: "Quando ho fatto la prima volta l’inciso del ritornello a me non faceva impazzire. Shablo mi ha mandato il beat, era il periodo del lockdown e io stavo scrivendo il repack, quindi ho scritto il tutto, ma non ero troppo convinto del risultato.”.


Continua poi: "Finita la repack, ho riscritto a Shablo e gli ho detto “Io ho già fatto un pezzo, ma penso di poter fare ancora meglio. Ho fatto un pezzo love, ma non love da coglione, un pezzo d’amore fatto bene”. Ti giuro.

Quando gliel’ho detto lui si è preso ultra bene. Io son andato in studio: one take di strofa e ritornello e gliel’ho mandato.
A me ancora non faceva impazzire bro, ti giuro, ma avevo a fianco Davide (Dat Boi Dee ndr.) che mi fa “È bella, fa paura”.


E io continuavo a dirgli “Rimettila che la facciamo meglio, possiamo farla meglio”.


Ogni tanto mi prendono queste paranoie: anche nella repack, la seconda strofa di “Capo” so che avrei potuto farla ancora meglio, però dopo è piaciuta moltissimo. Sono fatto così”, conclude ridendo.

Ascolta qui "M' Manc":

Al di fuori di “M’ Manc”, un altro momento in cui il valore di Geolier è stato riconosciuto dal grande pubblico come la next big thing è stato in “Cyborg” di Guè, uscito poche settimane fa in “Mr. Fini”.


"“Cyborg” è nata in maniera molto spontanea. Gué aveva due pezzi ed erano due missili, facevano paura. A parte il fatto che io con Gué ci farei un disco: per me i Dogo sono stati un po’ come i Co’ Sang, come Nas.


Immagina che per mandargli la strofa ho fatto tre strofe, perché mi sentivo questa responsabilità e mi son detto “Questa roba la volevi fare da un botto di tempo, ora è arrivato il momento per farla e la devi fare pure bene”.”.

Ascolta qui "Cyborg":

Nell’annuncio della deluxe di “Emanuele”, il rapper ha lasciato intendere che le sorprese non sono per nulla finite, ma, quando gli chiedo ulteriori informazioni, dice che ancora non può anticiparmi nulla e che sarà necessaria ancora un po’ di pazienza, ma che sicuramente non rimarremo delusi.


Nonostante la giovane età, Emanuele ci ha dimostrato di essere estremamente focalizzato sull’arte, sulla sua espressività e sulla ricerca di un perfezionismo tecnico.


Parallelamente al talento innegabile, insomma, il rapper partenopeo, con la sua frequenza e incisività di pubblicazione, sta dimostrando di essere qui per restare e, come accade con chi ha ben coscienza delle proprie potenzialità, non vede l’ora di mostrare quanto la sua volontà di migliorarsi e crescere potrà influenzare l’intero rapgame.


Noi, francamente, non vediamo l’ora di vedere fino a che punto potrà arrivare questa giovane promessa, certi comunque che abbia già compiuto passi fondamentali per portare Napoli di fronte al grande pubblico.

Ascolta qui "Emanuele - Marchio Registrato":

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Federico Maccarrone
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