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Non abbiamo bisogno di tutto questo niente

In “TUTTO QUESTO NIENTE” il soggetto primo è l’apparenza, il vanto della superficialità: Marracash ancora una volta va oltre, facendo capire che gli occhi possono trarre in inganno, quando non sono allenati a distinguere la luce dall’ombra, la piattezza dalla profondità.

Articolo di
Federico Maccarrone
on
05
-
11
-
2019

Il dramma della nuova umanità è data dall’incapacità di avere prospettiva, di capire quanto tutto quello che ci ha preceduto rappresenta il perché siamo ciò che siamo.

È questione di visuale, questione di occhi, che non potremmo mai sminuire a semplici organi del nostro corpo.

“The Truman Show”: gli occhi creano il nostro mondo


In “Quelli che non pensano – Il cervello”, Marracash sottolinea “Il sonno della ragione vota Lega”: perché?
Non è solo questione di osservazione, è capacità di cogliere le minuscole particelle che compongono la nostra realtà, le minuscole percezioni che vanno a costituire il nostro mondo.
Sì, ho volutamente detto “Nostro mondo”.
Fin dalle prime filosofie fino all’estremo relativismo, la vista e la percezione ricoprono e plasmano l’importanza che diamo alle cose, che rimarranno sempre e comunque solo cose.

Se facessimo vivere un bambino dentro un mondo creato artificialmente, dentro un’enorme stanza monitorata e una vita pilotata, quel bambino crescerà con la ferma convinzione che quello sia il mondo reale.
Un esempio tra tutti è dato da “The Truman Show”, in cui un ragazzo, nato sotto i riflettori di un mondo finto e intrappolato in un mondo finto, non riesce a separare ciò che è realtà da ciò che è solo fittizio.

Ecco cos’è “The Truman Show”:

Gli occhi influenzano ciò che pensiamo, ma ciò che pensiamo influisce su ciò che vediamo

Gli occhi sono tutto, sono il mezzo principe per conoscere ciò che ci circonda, dalle altre persone alle minuscole linee delle nostre impronte digitali.


C’è di più, però: gli occhi sono il nostro più potente tramite per connettere il proprio mondo interiore al mondo esteriore.
C’è una pulsione reciproca: ciò che vediamo influisce sul nostro cervello, sul nostro sangue, sul nostro cuore, ma anche il nostro cervello e il nostro cuore plasmano ciò che vediamo.

Quante volte ci rifiutiamo di ammettere che un qualcosa possa esistere davvero? Quante volte non riusciamo a vedere la realtà, perché troppo immersi nell’idea che di quella realtà ci eravamo fatti?

L’esperienza: ciò che è illusione diventa delusione

Ricolleghiamo tutti i punti finora esposti allora: quanto di ciò che vediamo è reale e quanto è frutto solo della nostra immaginazione, della nostra convinzione che tutto sia esattamente come lo vediamo? In che modo si riesce a strappare quell’invisibile velo che ricopre la realtà?

L’unico mezzo è l’esperienza, la conoscenza delle dinamiche con cui certe situazioni operano.
L’esperienza si acquisisce, con tagli, sangue versato e lacrime di sudore, vedendo crollare tutto ciò che ci circonda per vederlo rinascere, con forma e sostanza diverse.

Marracash, non Fabio, lo aveva detto qualche anno fa, durante gli ultimi secondi di “Senza Dio”: “Illusione, delusione, collusione”.

Tre parole, ben esplicate in un momento ben definito di “1992”, racchiudono in sé tutte le fasi di ogni momento di ciò che viviamo.
Inizialmente baciamo la nostra illusione, per poi scontrarci con la potenza della delusione, che fa crollare tutti i veli di Maya che ricoprivano il nostro mondo, per poi lasciare spazio alla collusione, quel bacio che tradisce i nostri ideali e che ci lega inesorabilmente al nuovo mondo.

Guarda qui “1992”:

Dall’illusione alla delusione, dalla delusione alla collusione

Questi tre termini racchiudono in sé tutte le componenti del processo finora descritto: si nasce puri, fertili ad ogni influenza e immagine. Questa è l’illusione, la parvenza che tutto sia davvero come appare.
Le visioni che ci colpiscono attecchiscono nel nostro cervello e nel nostro cuore, imprimendo a fondo le proprie linee nel nostro essere, andando a creare immagini del nostro mondo.
La seconda fase è lo scontro con la realtà, quella pungente e dolorosa controparte di cui non possiamo fare a meno.


È proprio da questo impatto che, dopo aver ricucito insieme i pezzi della propria consapevolezza della realtà, ciascuno di noi si rende conto di quanto, alla fin fine, il proprio viso assomiglia incredibilmente a quello di quel mondo tanto crudele e ingiusto.
È questa sintesi a dare vita alla collusione, che porta con sé il liquefarsi dei valori, che andranno a adattarsi di volta in volta alle situazioni che si vivono.
Ecco cos’è la collusione, il progressivo bianco che diventa nero, facendoci nuotare in mondi grigi, in cui il bene non è così distintamente slegato dal male.

Guarda qui Leonardo Notte mentre legge “Petrolio” di Pasolini in “1992”:

Gli occhi sono il principale mezzo per l’inganno: la storia di Edipo

Tutti questi momenti hanno un elemento in comune: il mezzo con cui si creano e si sviluppano.


Ecco cosa sono gli occhi: il tramite per illudersi di conoscere quello che ci circonda e per poi vedere crollare tutto ciò che abbiamo costruito, fino a vedere la reale sostanza del nostro mondo.
Abbiamo detto che il mondo esteriore influisce su quello interiore e viceversa, ma Dio solo sa quanto sia importante saper scindere il proprio io rispetto a ciò che lo influenza dall’esterno.
Ricordate la storia di Edipo, il re di Tebe che riuscì a trovare la risposta alla domanda della Sfinge?


La sua storia infausta, legata all’uccisione del proprio padre e al matrimonio con la propria madre, è quanto di più simile a ciò che stiamo analizzando.
Convinto di essere nel giusto in un futile confronto, il giovane uccise suo padre, governante di Tebe. Successivamente, nel tentativo di dare una nuova luce alla città, accetta di sposare la regina, senza sapere che quella stessa donna è sua madre.


Quale peggiore illusione può accadere a una persona?
Quando, invece, questo miraggio è crollato ciò che è rimasto è una profondissima ferita causata dalla realtà.


In risposta a questa delusione, Edipo prese una decisione radicale: il re decise di accecarsi, per fuggire definitivamente da quella realtà che tanto lo aveva ingannato e privarsi di qualsiasi illusione.
Gli occhi, da sempre, sono il tramite per cui le finzioni nascono e crescono, fino a plasmare la nostra stessa realtà.
Tutto è parvenza e bisogna distinguerlo dalla realtà, sempre e comunque.

Incapacità di separare la realtà dalla finzione: la vittoria della società dell’apparenza

Sai qual è il più grande rischio di questa situazione?
L’incapacità di cogliere la reale differenza tra ciò che è e ciò che appare.
Sai quando questo può accadere?

Quando, fin dalle prime settimane di vita, si viene educati che apparire è essere, che ciò che va oltre la superficie non è solo inutile, ma anche noioso e non meritevole di tempo.

Torniamo un attimo a “1992”, l’anno in cui la televisione diviene principale mezzo di svago e di educazione: dove finisce la finzione e dove inizia la realtà? Dove finisce la realtà e dove inizia la finzione?
Da lì l’evoluzione dei mezzi di telecomunicazione ha reso ancora più flebili i limiti tra i due mondi, rendendoci sempre più desiderosi di apparire perfetti di fronte agli altri, piuttosto che veri a noi stessi.
È sempre questione di occhi, se ci pensiamo, sia che noi siamo soggetti attivi sia che siamo soggetti passivi.


Marracash lo sa, lo sottolinea e, con la sua classica espressività, riesce a dare vita a tutte queste situazioni con pochissime parole:

“Desideriamo quello che vediamo, e a volte desideriamo solo di essere visti.
Pensiamo che quello che ci serva sia fuori da noi, mentre quello di cui abbiamo davvero bisogno è invisibile”.

In un mondo non abituato a vedere oltre ciò che appare, è chiaro che gli occhi non sono solo rischio, ma piuttosto trappola mortale per comprendere ciò che ci circonda.


Quando manca capacità critica, nulla è affidabile, ma ciò che è peggio è che per la vittima tutto sarà ugualmente credibile, indipendentemente dalla poca attendibilità di ciò che vede.
Ecco spiegate le fake news, la disinformazione e l’incapacità di riuscire a separare l’essenza dalla superficie.

“TUTTO QUESTO NIENTE”: l’illusione di avere tutto ciò che serve

“TUTTO QUESTO NIENTE”, non penso possa esistere un modo migliore per descrivere questo vuoto: un mare di nulla sommerge tutte le nostre azioni, donando un’importanza che esiste solo nel nostro ego, nel nostro appagamento alla vista di situazioni che ci diano la parvenza di essere davvero importanti.
“TUTTO QUESTO NIENTE” sembra invocare un ingombro, un qualcosa che occupa spazio e tempo e che ci portiamo dentro in ogni momento.
Quanti followers abbiamo? Quanti likes? Quante donne possiamo avere? Quanti soldi possiamo fare?


Nella buona e nella cattiva fede, tutta questa esigenza di attenzione e di approvazione si concretizza nell’incapacità di leggere la reale portata della finzione rispetto alla verità.
Marracash augura tutta questa attenzione, tutto questo successo a tutte le persone che ascoltano, ma le ammonisce, facendo appello a quell’esperienza personale di cui parlavamo in apertura. Al di fuori di quel “lusso di avere i soldi per non pensare ai soldi”, Marra implicitamente invita tutti a fare le dovute attenzioni a riempire accuratamente il proprio mondo, evitando di cadere nell’illusione di pensare che le “cose care” possano riempire il proprio mondo tanto quanto lo fanno le “care cose”.

La trappola mortale dei social

Imparare a separare ciò che vale da ciò che è vuoto: i followers e i likes sono palliativi, non ti faranno sentire meno solo quando avrai bisogno di qualcuno, “frate, i numeri mentono eccome”.
Sono queste le illusioni nei quali i nostri occhi cadono continuamente, quei miraggi che si frantumano di fronte alla realtà dei fatti.

La parvenza è l’unico risultato possibile per occhi non allenati, ma, come tutte le falsità, è solo questione di tempo prima che tutto perda di senso, fino a svelare il vuoto che nessun bene materiale è mai stato in grado di colmare e riempire.

Il successo rivela quello che sei davvero?

Il paradosso finale della traccia è dato dal contrasto che viene a innescarsi tra l’aumentare della fama e il progressivo emergere della reale natura della persona.
Essere quello schifoso insetto riporta alla concezione kafkiana dell’esistenza, assoggettata alla banalità e a un mare di vacuità, da cui si può scappare solo cercando di mantenere invariati i propri valori.

Il successo vale solo quando non è la sola cosa su cui si punta, evitando sempre di “Riempire il tempo e non colmare il vuoto”.
La competitività, la voglia di arrivare distrugge i propri valori, rendendoli liquidi e variabili, frantumando i propri ideali, fino a spezzare l’uomo, assicurandogli un mezzo in più per raggiungere qualsiasi risultato materiale, ma impedendogli di dare il giusto valore a ciò che lo circonda, distinguendo realtà e finzione.

Gli occhi sono mezzi, non hanno colpa, ma sono un pericolo per noi, soprattutto quando permettiamo alla parte peggiore del mondo esteriore di arrivare al nostro cuore, al nostro cervello, al nostro scheletro e, soprattutto, alla nostra anima.

Ascolta qui “TUTTO QUESTO NIENTE – Gli Occhi”:

Il contrasto tra “Occhi” e “Anima” in Persona: ciò che non vale e ciò che è inestimabile

Fabio, in “Persona”, non vuole abbandonare nessuna delle cose che contano: lo scheletro è dato dai propri valori, le proprie fedi, gli stessi ideali per cui i samurai estraevano le loro spade anni fa.
L’anima, invece, è forse la componente più importante di tutte, citando “Il piccolo principe”: “L’essenziale è invisibile agli occhi”.


Ciò che sfugge agli occhi è ciò che va davvero indagato. L’anima è sempre con noi, ma spesso viene vista come debolezza, come un ingombro da cui rifuggire in un mondo di apparenza.
Il dialogo tra Fabio e la sua anima è toccante “Sono la donna più bella che avrai, ma mi nascondi. A volte sono tutto, spesso sono niente. Mi cerchi come Dio, ma quando sei cenere”.
A questo, il ritornello risponde con “Non potrai dimenticare che sei l’anima, sei la mia metà. Come sei fatta nessuno lo sa. Cerca dentro te e saprai, mi hai ferita. Guarda dentro me, non vedrai una nemica, dimmi che sei ancora qua”.

Secondo la struttura di “Persona”, “MADAME – L’anima” è la parte più intima e nascosta del corpo umano: non può essere scorta e a volte può essere ignorata, maltrattata e ferita, ma sarà sempre con noi, senza mai diventare un peso per quello che siamo, nonostante le volte che la tradiremo o la ignoreremo.
Ecco quello che Marra vuole dirci: fino a che momento io sono io? Qual è la componente del mio corpo che mi rende me?

A questo fine, concentriamoci un secondo su “L’inquilino del terzo piano”, un film di Roman Polanski in cui il protagonista si interroga su ciò che sia più importante nel suo corpo:

La nostra anima e i nostri valori sono ciò che può scindere realtà e finzione

In che momento io sono la mia anima piuttosto che qualsiasi altra parte del corpo? Che differenza c’è tra gli organi?
Ecco qual è la risposta di Fabio Rizzo alla domanda iniziale, quella che implicitamente chiedeva di separare ciò che vale da ciò che è solo accessorio.


Concentrandosi su ciò che davvero ci rende umani e unici, possiamo arrivare a creare il nostro piccolo universo, fatto anche di affermazione professionale e di conquiste, ma senza mai dimenticare l’importanza della nostra umanità e della nostra coscienza.

È questione di priorità tra organi e insegnamenti: non c’è nulla di più importante di ciò che ci fonda e ci tempra.

Quando comprendiamo tutto questo, allora automaticamente i nostri occhi non saranno più limitati, ma dimostreranno appieno il loro potenziale, cooperando con gli altri organi per andare oltre, oltre a tutto ciò che appare, oltre al limes che segna il confine tra finzione e realtà, oltre l’uscita che separa il “Truman Show” dal mondo.


È una volta che si crea di nuovo questo limite che ci si può guardare indietro e si può urlare con tutta la voce che si ha in corpo “NON ABBIAMO BISOGNO DI TUTTO QUESTO NIENTE”.

Guarda qui l’ultima scena di “The Truman Show”:

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Autore:
Federico Maccarrone
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