Interviste

Con ''Totem'' En?gma ci dice che non ha un solo volto

En?gma ci ha spiegato il suo nuovo progetto.

Articolo di
Maddalena Ansaloni
on
01
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11
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2021

En?gma è un artista multiforme. Ha più voci, più facce e ogni volta che torna ce ne presenta di nuove. Questa volta lo fa attraverso gli episodi del suo nuovo progetto: Totem.
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«Il Totem si compone da diverse figure, entità. Io stesso mi sento composto da diverse parti, da diversi mood, da diversi modi di interpretare» spiega Marcello raccontando il perché di questo titolo.
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Gli chiedo, se dovesse scegliere, quale sarebbe il suo animale guida nel Totem. «Bella domanda» ride, «Spesso mi viene in mente il gufo per il suo essere notturno» mi risponde. «Però non mi sentirei mai di ridurre tutto a soltanto una figura. Infatti il Totem, nella prima copertina, è molto celato. Già dalla seconda viene svelato di più. Il mio percorso è iniziato 10 anni fa e ci tenevo a trovare un qualcosa di solido che rappresentasse tutto quello che è stato in questo tempo, ci sono e ci saranno degli elementi nel totem che chi mi segue da più tempo riconoscerà».
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Alla fine gli episodi rappresenteranno un unico “Totem”? Domando e Marcello risponde: «Assolutamente sì, il progetto è un disco intero diviso in più parti. Le canzoni non le ho già tutte, mi sto riservando di completare ogni episodio poco prima dell'uscita. Perché, a livello di scrittura e di stato d'animo, voglio che mi risulti fresco sempre. Di volta in volta vorrei fotografare un momento al quale si aggiungeranno gli altri, uscirà anche la versione fisica».
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«Io e Kaizèn abbiamo tutte le strumentali composte durante il lockdown» continua. «Alcune strumentali quindi sono partite direttamente da te» commento, «sì, in realtà negli ultimi anni si sta rafforzando il mio essere beatmaker» afferma, «il che, talvolta, rende anche più semplice lo scrivere, perché quando tu fai una strumentale è più semplice scriverci sopra, è tutto su un'altra dimensione».
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«Ho letto che avevi iniziato con il pianoforte» dico, «Strimpello, le cose le suono ma non ho la percezione di che nota sto suonando» ride e racconta En?gma: «Kaizèn stesso mi dice che è da paura che riesca a fare determinate cose nonostante sappia davvero poco di quello che sto facendo, però a volte ci vuole anche questo. Ci tengo a far uscire anche questa parte di me beatmaker. Io comunque già dal 2010 ho fatto uscire delle mie strumentali in varie demo però negli ultimi 3 anni si è proprio rafforzata questa mia skill».
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«Il concetto di “Totem” racchiude in sé del mistico, cosa che torna spesso nei tuoi testi. Il fatto di appartenere a una terra così misteriosa e spirituale come la Sardegna ha un ruolo nella tua scrittura?» chiedo. «Credo che anche sotto questo punto di vista abbia un ruolo innato» risponde Marcello. «Diciamo che mi sento figlio di questa terra che è molto molto antica, una delle più antiche del pianeta, che ha antiche tradizioni e lati oscuri, misteri mai svelati. Io ultimamente ho fatto delle letture che approfondiscono la questione che possa essere veramente l'Atlantide raccontata nei vari testi classici».
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Poi continua: «Non ti nego che negli ultimi anni, da quando mi sono staccato da Machete, molti hanno avuto la tendenza di “ghettizzarmi” per questo motivo. Domande che rimandano sempre alla Sardegna, come se volessi per forza rappresentare la terra o dire che sono quello tornato a casa, il sardo. Io mi sento un rapper italiano, parte della scena nazionale. Diciamo che qualcuno ha cercato di rendermi più di nicchia con questa scusa. Poi ovviamente mi fa piacere che mi si identifichi come rapper sardo, l'ho spesso richiamata anche con i titoli, però credo di non essere solo questo».
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«Per quanto riguarda la scrittura mi ha sempre aiutato. Soprattutto da adolescente, non sempre c'era la possibilità di partire dalla Sardegna e quindi questa situazione di insularità mi ha sempre spronato a viaggiare con la fantasia. Credo che determinati stimoli provenienti da questa terra permettano di intraprendere viaggi mentali e di trasmettere alla traccia sensazioni, vibrazioni particolari» conclude.
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Ne parlavamo anche prima, una cosa che colpisce di En?gma è come riesca a differenziarsi non solo dagli altri, ma anche da se stesso. Il timbro con cui sono impostati i pezzi, il flow, il tono che talvolta è più aggressivo, di certo è una particolarità. Gli chiedo se tutto questo gli viene naturale o è ragionato.
«Mi viene naturale» risponde. «Una cosa di questo progetto che credo mi rappresenti è il fatto che il filo conduttore sia sempre io. Questa estate c'era Mezzosangue in Sardegna e siamo andati a cena insieme. Stavamo parlando proprio dei timbri diversi che utilizzo nei brani. Io dicevo che ho paura che questa cosa mi renda poco riconoscibile. Invece lui mi diceva che, a suo modo di vedere, è un punto a favore. Pensa che Kendrick, cosa che non sapevo, ha dato addirittura un nome e un personaggio ad ogni timbro che usa. Io a seconda del brano ho una voce più profonda, a volte la graffio, a volte faccio melodia con impostazione di canto. Mi piace fregiarmi di questa cosa, credo che faccia molta personalità e mi sento unico».
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«Nel brano “Montezuma” fai più riferimenti storici di popoli o situazioni opposte tra loro, “Sparta contro Atene”, “Sumeri insieme ad Assiri”, lo stesso Montezuma, colui che ha accolto i suoi assassini. Tutti questi esempi di contrasti li paragoni a te. Avere un tale mondo caotico interiore, dove ogni cosa è l'opposto dell'altra, con il senno di poi, lo consideri più la tua fortuna o la tua condanna?» chiedo. «Nella vita di tutti i giorni probabilmente è più una condanna» risponde Marcello. «Per quanto riguarda quanto questo ti spinga a tirare fuori dell'arte, nel mio caso, penso che sia in parte anche una fortuna. Diciamo che poi “Montezuma” racchiude, come dicevamo prima, il fatto che ho tanti mondi interni. A volte non sappiamo che impressione diamo noi all'esterno, molti a volte mi dicono: “Tu sembri il saggio della situazione, quello riflessivo” mi piace, mi fa piacere, però poi magari non conoscono il tumulto interiore che si nasconde dietro tutto ciò. Ci tenevo a dare un'immagine di me, anche con autocritica, che fosse più fedele a quella che è. Perché sì, mi sento un saggio, ma mi sento anche un ignorante terra terra in altri frangenti».

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«Dici anche “Tu vuoi la mia vita, ma non questa ansia”» commento. «A volte molte persone si fermano a vedere quello che fai attraverso Instagram» afferma, «magari ti scrivono “cazzo che vita che fai, vorrei fare la tua vita” perché facendo questo mestiere hai la possibilità di gestirti il tempo come vuoi. Dall'altra parte però devi avere la testa per affrontare questa vita. Molti si perdono, o hanno bisogno di un team di 15 persone per gestirla. Io non ho questo team, anche perché la mia dimensione non è quella di un big della musica, ma sono settato mentalmente, mi do delle scadenze, dei ritmi e quindi devo fare i conti con un determinato tipo di stress che la gente sottovaluta, viene anche tanta ansia. Soprattutto per i tempi che corrono con i social».
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«A volte noi artisti cadiamo nella trappola di stare sempre appresso al post» continua riguardo al discorso social, «quanto ti commentano, quanti mi piace hai preso... bisogna essere onesti, io stesso ci cado e, come giustamente avete detto in un vostro articolo, ti distrae dalla musica, ti distrae dall'arte, ti distrae da un obiettivo finale».
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Nel brano “Flowontheroad” En?gma parla anche di questo, in particolare dice: “Non sei nulla se spegni l'iphone”. «Recentemente mi sembra sia successo che un americano con milione di followers su instagram, abbia venduto 300 copie in una settimana, una cosa del genere» spiega l'artista. «Un conto è fare notizia, un conto è capire quanti veramente sono tuoi fan, quelli reali, che ti ascoltano, che ti compreranno il disco. Noi adesso abbiamo a che fare con dei numeri, ma questi numeri sono molto distorti, e a molti fa comodo questa percezione distorta, li aiuta ad esistere, a riempire l'ego».
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«Il concetto di “numeri” torna come leitmotiv nel secondo episodio di Totem, in particolare in “Kasta garden” dici “voi siete numeri mica siete fan”. Pensi che tutta questa attenzione verso gli stream, le classifiche stia allontanando l'hip hop, e la musica in generale, dal suo obiettivo principale?» chiedo. «Direi di sì» risponde En?gma. «adesso se fai numeri sei per forza fortissimo, ma la realtà non è questa. Non è come un calciatore che vince la Champions league da protagonista, quella è una cosa che fai realmente, sul campo. Qua stiamo parlando di numeri controllabili. Avevo già parlato delle playlist di spotify in un'altra intervista. Così come è possibile comprare e manipolare gli streaming puoi comprarti le views su youtube, puoi comprarti i follower».  
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«Vedo però che molti stanno cambiando atteggiamento nei confronti di questo, rispetto a come poteva essere un anno fa» continua. Inizia ad esserci una consapevolezza del fatto che non è per forza tutto come appare. Quindi, al costo di sembrare ridondante, ho voluto dire questa cosa più e più volte all'interno dell'episodio».
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Nel secondo episodio è presenta una posse track, gli chiedo di parlarci delle collaborazioni. «Avevo voglia di coinvolgere questi artisti, secondo me è bello dare spazio a tutti e dimostrare che comunque, sotto un altro punto di vista, c'è un'altra scena. Ho già fatto "Underdog II" che è pronta per l'episodio 3, mi piacerebbe creare una sorta di saga dentro la saga. Magari qualcuno del pubblico sarà deluso perché si aspettava dei nomi più “risonanti” ma vaffanculo, io preferisco collaborare con chi ha voglia di farlo, mi hanno mandato la strofa in tre settimane, ci hanno messo la voglia, la fame e si sente tanto. Alla fine ne è uscita una bella traccia secondo me, molto aggressiva, quando l'ascolto mi viene voglia di andare a correre» ride. «Mi piacerebbe dare un segnale e riuscire, nelle prossime Underdog, a coinvolgere nomi totalmente sconosciuti che possono magari salire alla ribalta con una canzone del genere, un'occasione per farsi sentire».        
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«“Underdog” è forse il brano più emblematico di questo secondo episodio. Già dal significato del titolo: lo sfavorito, dato per perdente già in partenza, ma il quale riscatto sconvolgerà più di tutto. In cosa consiste l'upset di questo Underdog per te?» domando e Marcello risponde: «L'upset sarebbe che ci fosse realmente spazio per tutti. Non dico che ci debba essere per forza il raggiungimento di un traguardo come, tornando al discorso dei numeri, la certificazione. Ma mi piacerebbe che tutti almeno riuscissero a vivere di questo. Io per fortuna ce la faccio ormai da tempo, però qualcuno, ovviamente senza fare nomi, anche in quella traccia non ci riesce. Non è esattamente tutto equo. L'upset sarebbe riuscire ad avere uno spazio reale uguale per tutti e in cui ognuno possa giocarsi le proprie carte, alla pari però».

«Già potersi sostentare con una forma d'arte è un bel traguardo quindi io punto sempre e comunque a far funzionare questa macchina artistica e questa piccola azienda personale che ho messo su. Io sono il proprietario e il conducente di questa macchina» conclude.        
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«Nella sua strofa Noia descrive il successo come "un abito sporco” quando viene raggiunto senza talento. Nella tua strofa sostituisci degli specchi ai dischi d'oro appesi alla parete nei quali l'artista deve fare i conti con il suo pubblico più difficile: se stesso. Pensi che ci sia un momento in cui un artista deve scegliere tra se stesso e il successo? Se sì, è sempre consapevole come scelta?» chiedo.  
«Spesso capita che si debba scendere a compromessi. Ci scendi perché ormai sei lì e ti fai un po' fuorviare dall'ambiente, dalla scena, da come funziona» spiega. «Il sacrificio per me è positivo, perché è alla base del lavoro, però bisogna prestare attenzione ad altre dinamiche. Per me è importante anche la vita di tutti i giorni, le amicizie, bisogna stare attenti perché è un attimo che ti giri e hai lasciato un sacco di cose per la  strada, e non è detto che tornino».

«Si parla sempre del costo del successo, invece il costo della coerenza nella musica?» domando. «Costa» afferma En?gma. «Costa perché certe volte ti precludi delle cose. Ti dico la verità: io lo so fare il figlio di puttana, ho scelto di non farlo. Posso essere uno che fa il ruffiano, la bella faccia, non è difficile. Però a un certo punto devi fare i conti con te steso. Devo fare il ruffiano per una strofa in più? Per una collaborazione in più? Questo non è mai stato il mio modo di fare. Ho sempre avuto questo tipo di condotta anche nella mia scritture. Non sono mai andato a fare dissing con nomi e cognomi. Faccio battute irriverenti, quello sì, ma non sono mai insulti pesanti. C'è gente che va a buttare giù merda su qualcuno perché questa cosa di vedere il sangue funziona sempre, così tutti andranno ad ascoltare quel passaggio. Ho un codice che mi porta a sfogarmi con il classico nemico immaginario se vogliamo, ma è tutto dentro di me».        
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Poi continua: «Per quanto riguarda la consapevolezza... Devi essere una persona intelligente per averla, con valori e ideali. Io vorrei arrivare a più persone, ho fatto anche canzoni più spendibili ma c'è sempre modo e modo di farle, mantenendo un certo tipo di coerenza e seguendo un proprio percorso».
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«Facendo un passo indietro. Uno dei tuoi lavori più significativi è sicuramente “Rebus”. Nel brano “Bianconiglio” parli della tua lirica, un insieme di riferimenti culturali alti e di scorci molto introspettivi. Qual è il tuo approccio alla scrittura? Come riesci ad adattare tutte queste citazioni storiche, letterarie, cinematografiche a fatti tuoi personali e intimi?» domando e Marcello risponde: «Da quel mondo lì sono cambiato tanto, è cambiato un po' il mio approccio. Devo essere sincero, lì sforzavo un po' il citazionismo, adesso ho un approccio più nel trovare musicalità e anche il flow giusto. Siamo in un periodo nel quale vince il rapper che non dice un cazzo ma lo dice benissimo ed è comunque un talento. Io credo di essere stato deficitario di questo, in quel periodo lì nel quale ho scritto “Rebus” ma anche un po' dopo. Gli anni dal 2016 in poi, da quando mi sono staccato da Machete, sono stati gli anni più prolifici da parte mia sotto questo punto di vista. A mio modo di vedere c'è veramente un abisso tra ciò che sono adesso e l'En?gma di “Rebus”. Ho comunque mantenuto questo tipo di approccio citazionistico, però è anche vera una cosa: se, nell'arco di un testo, al posto fare 20 citazioni, ne fai 5, quelle è molto più probabile che rimangano in testa. Io quando guardo un film o leggo della storia mi viene un flash che non ti so spiegare. Prendo un qualco    sa della mia vita e penso: “cazzo, c'è veramente affinità tra queste due cose” quindi utilizzo una citazione storica, letteraria per dare un messaggio e trasportare l'ascoltatore in quella che è una mia situazione di vita».
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Visto che l'ha citata più volte, entriamo nel discorso Machete. «La verità è che non ho mai spiegato niente della separazione» afferma. «Comunque ho sempre detto e continuo ad essere di questo parere, che sia giusto non entrare nel dettaglio, perché ognuno direbbe la propria e si creerebbe uno scontro che non renderebbe omaggio a quello di buono che è stato fatto fino al 2016 insieme a me, poi loro hanno fatto moltissimo anche senza».
«In un'altra intervista hai definito il fatto “come la fine di una relazione» commento. «È vero e continuo a pensarla così. È importante tenersi i ricordi di una storia d'amore il più possibile belli e cercare di non sporcarla con quelli che sono, chiamiamoli “i postumi”, quello che succede dopo» spiega. «Il rischio è di dimenticare anche quei bei momenti. Detto questo, proprio come si fa spesso con un ex, dal 2016 in poi non seguo praticamente nulla che li riguarda, perché non è un qualcosa che riguarda più me».
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«La separazione ha influito nella tua scrittura? Quanto ti influenzava scrivere facendo parte di un qualcosa rispetto ad ora che sei un cane sciolto?» chiedo. «Secondo me non sarebbe veramente cambiato nulla. Tutti i dischi che ho fatto uscire dopo li avrei tranquillamente fatti uscire con Machete. Non avrei mai rivisto la mia scrittura in questo senso».
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Poi racconta: «Il mio immaginario, quello è cambiato, anche come la gente mi poteva percepire. Quando ero un ragazzo di Olbia loro non erano dei miei amici storici, ci siamo legati grazie alla musica. Quando sei in una crew così potente, soprattutto nei primissimi tempi, c'è proprio un senso di fratellanza forte, c'era una presa bene anche nel vestirsi simili, quella sensazione di quando sei piccolo e vuoi vestirti come tuo fratello, vuoi essere simile a lui. Non rinnego assolutamente nulla. Tornando alla scrittura.. non ho dubbi che avrei scritto esattamente così, tant'è che mi era stato proposto di fare uscire “Indaco” sotto l'etichetta, anche se io non ero più dentro la società, ma ho rifiutato. Ero uno dei fondatori, quindi se uscivo dalla società uscivo da tutto».
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«E nel percorso da indipendente che ruolo hanno avuto i tuoi fan? Sono loro ad urlarti “Bomaye” come ad Alì nello Zaire?» domando. «Sì» afferma, «sento questa vicinanza e mi fa tanto piacere. È bello anche conoscerne di più piccoli, io ho una fanbase mediamente non di quattordicenni, dai 16/18/20 anni. A volte mi scrivono dei pensieri lunghissimi ed è bello rivedersi in determinati fan, segno che comunque sono andato ad abbracciare delle persone che hanno una mia stessa visione della vita, le stesse emozioni. Questa cosa ti dà forza, ti fa sentire anche meno solo nei momenti di sconforto. Nei vari commenti ho letto che qualcuno mi ha scoperto da poco... questa cosa è bellissima, dimostra che non si fa musica del momento e basta, se uno va a riascoltarsi delle cose vecchie vuol dire che ci sono tracce, brani, progetti senza tempo».

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Autore:
Maddalena Ansaloni
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