Italia

Quanto ci manca andare ai concerti

Vivere la musica dal vivo è per noi imprescindibile.

Articolo di
Federico Maccarrone
on
04
-
10
-
2020

Non prendiamoci in giro: il concerto è stato per lungo tempo un elemento che ci ha permesso di godere un lato della musica che, purtroppo, negli ultimi mesi è venuto meno.


Nonostante le varie teorie secondo cui, ad oggi, i dischi sono ormai elementi di ascolto in solitaria nelle cuffiette, questo periodo di lockdown ci ha dimostrato quanto siamo stati privati di un elemento essenziale nella nostra vita.


Qual è questo elemento?


La condivisione, il rendersi conto che esistono persone in carne e ossa che vivono una passione nel nostro stesso modo e con la stessa intensità.

Per quanto al momento i concerti virtuali possano funzionare da palliativo, probabilmente non c’è possibilità che questi possano andare a rimpiazzare in toto i concerti e gli eventi della vita reale.


È una coscienza che abbiamo un po’ tutti, è vero, ma ci vorrà ancora del tempo prima che si possa tornare a quella normalità che tutti bramiamo.

Rituale di un concerto

Vengo dalla provincia, quindi son abbastanza abituato a non poter vivere le mie passioni, se non muovendomi verso centri e paesi più grandi.
Ovviamente, all’inizio, nessuno aveva la macchina, quindi ci rimaneva solo il treno per muoverci.
Dio solo sa quanto denaro abbiamo lasciato a Trenitalia durante questi anni.
Ma dopotutto ci andava bene: alla fine, per vedere quegli artisti di cui ascoltavamo ininterrottamente i dischi durante le nostre giornate, saremmo andati anche dall’altra parte d’Italia.

Si partiva sempre con le migliori intenzioni, ma spesso poi ci si trovava in due-tre a andare effettivamente al concerto. La provincia è un po’ così: se non hai voglia di fuggire, alla fine ti ritrovi sempre nella stessa condizione, nello stesso contesto.


Io no: volevo andarmene e me lo ripromettevo ogni volta che coglievo un’occasione per allontanarmi.
Ai tempi abbiamo speso ore e ore ad aspettare l’ultimo treno, e spesso, nonostante le corse forsennate, lo abbiamo perso, dovendo attendere fino alla mattina dopo, lì in stazione a consumare i minuti tra sigarette e a ripercorrere le ore appena vissute.

Però eravamo felici, leggeri e soprattutto soddisfatti di quello che avevamo vissuto, non solo per il concerto in sé, quanto per il contesto che si veniva a creare.
Ai live ci arrivavo ore prima, mi interessava stare davanti, c’era più energia, meno dispersione.


Volevo annullare la distanza con l’artista, volevo sentire e avvertire le parole in maniera chiara, per cogliere ancor meglio che nelle cuffiette ogni singola parola.
Passavo ore fuori dal locale, fumando un’infinita quantità di sigarette insieme a persone che sapevo non avrei mai più rivisto.

Che gente incredibile che si conosce a volte ai concerti, ti lascia anche un po’ straniato pensare che persone totalmente diverse da te possano ascoltare la tua stessa musica e provare le tue stesse sensazioni.


Sapevamo tutti che non ci saremmo mai più rivisti, ma è capitato più volte che ci sbagliassimo e, puntualmente, al concerto successivo, ci si ritrovava casualmente con quelle stesse persone e si riprendeva il discorso esattamente dal punto cui ci si era interrotti la volta precedente.

Quando si entrava nel locale, poi, continuava l’attesa, mentre si cercava di ingannare il tempo rimanente, guardando le esibizioni degli artisti emergenti che aprivano il concerto.
Era bello vedere quei ragazzi sul palco, perché si vedeva che erano emozionati di essere lì e, quando riuscivano a trasmetterlo, ti sentivi parte del loro debutto.


L’obiettivo principale però è sempre vedere l’artista, sentire il rap, il canto dal vivo, per capire il peso specifico di ogni singola frase.


Personalmente, poi, ho sempre adorato la figura del DJ, che lascia presagire l’inizio dello spettacolo: gli scratch, così come il fatto che si vadano a mixare tracce americane insieme a tracce italiane, mi hanno sempre esaltato, vivendoli come un esercizio di stile di una cultura che ritengo essere ancor oggi innovativa.

Alla fine, quando sale l’artista sul palco, alle ore di attesa corrispondono decine di secondi di urla, che dimostrano l’entusiasmo del pubblico che non ha atteso altro per un tempo indeterminato.


Ciò che manca del concerto poi è il contatto con le altre persone, il cantare all’unisono migliaia di sillabe, e queste sono emozioni che non possono essere sostituite da alcun surrogato digitale.

Il rapporto con i concerti, poi, si è progressivamente evoluto con il trasferimento a Milano, ma è rimasto sostanzialmente identico.

Ora il concerto non richiede più ore di viaggio (tranne nel caso in cui il live sia al Fabrique, in quel caso continui a metterci ore per arrivare), ma tutto mantiene lo stesso speciale valore, soprattutto in una città come Milano, in cui l’essere una formica nel formicaio è al contempo un punto di forza e un punto di debolezza, ma questo è un altro discorso.

Ora come ora, mentre scrivo queste parole, mi immagino quando tornerà tutto alla normalità, quando potrò finalmente vedere questo benedetto tour di “Persona” e potrò di nuovo regalare biglietti dei concerti alla mia ragazza, quando potrò urlare sotto al palco le mie canzoni preferite.

Ci vorrà del tempo, ho paura, e comunque per un po' non sarà come prima, perché so che rivedersi per un concerto sarà strano, come quando fai qualcosa senza sapere se sia lecito farla. Ci guarderemo tutti un po' straniti, coscienti che saremo tornati in quella situazione dopo mesi e mesi di nulla, di dubbio e, forse, anche un po' di paura.

Sarà difficile, ma son certo che tutto tornerà alla normalità.

Solo ci vorrà del tempo.

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Autore:
Federico Maccarrone
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