Interviste

Disme ci ha raccontato "Malverde"

L'intervista di Disme su "Malverde".

Articolo di
Federico Maccarrone
on
04
-
02
-
2021

Conosco artisticamente Disme da un po’ di tempo e ho sempre notato la sua volontà di far parlare la musica, prima che le interviste o qualsiasi altra forma di esposizione mediatica.
Quando glielo dico, mi conferma che non si trova perfettamente a proprio agio nelle interviste, quindi comincio chiedendogli di parlarmi un po’ di quando ha cominciato a avvicinarsi al rap e alla Drilliguria.


“Non ho un ricordo nitido di quando è successo” ammette “Più o meno a 13 anni ho scoperto il rap italiano, ho scoperto il 2thebeat. Su internet scaricavo le canzoni, guardavo i freestyle, cose così, e quindi andavo in giro a fare freestyle in giro con gli amici. A 13/14 anni già mi registravo da solo: mi ricordo che ho preso il microfono della playstation, avevo tipo il karaoke, l’ho attaccato al computer e mi registravo senza cuffie sul computer con un programma che avevo trovato. E già mi registravo e pubblicavo mixtape. Stampavo i dischi, i primi mixtape e li vendevo in giro per strada” conclude.

Il complesso della Drilliguria rappresenta ancor oggi una delle realtà più interessati a livello nazionale e, insieme alla Wildbandana, una delle immagini più fresche del rap genovese odierno.
“Mi ricordo anche che, mentre frequentavo Genova, intorno al 2014/2015, ho conosciuto Tedua. Vedendoci è nato rispetto reciproco, a lui piaceva la mia roba a me la sua, alla fine ci siamo trovati, è nato tutto per puro caso” mi racconta lui  “Andavamo a Genova, lui andava a Milano, ho conosciuto Bresh, Vaz Tè e tutti gli altri. E c’era questo concetto di Drilliguria, ci siamo ritrovati dentro”.

Uno dei momenti in cui questo collettivo si è dimostrato avanguardista nel fare gruppo e offrire un progetto inedito e artisticamente di spessore alla scena è stato con “Amici Miei Mixtape”.
“Mi ricordo quando abbiamo fatto “Amici Miei Mixtape”, avevamo una cartella di 12 beat di Nebbia. E avevamo libero accesso a tutto: potevamo registrare una strofa, condividerla con gli altri, cosi da chiudere il brano . Volevamo davvero fare questo mixtape” mi dice.

“Ci trovavamo negli studi di registrazione lì a Milano, a Corvetto, con Nebbia, Garelli. E registravamo tutta la notte questi pezzi, li scrivevamo lì sul momento, mi ricordo che ogni tanto partiva il ritornello in freestyle, c’era Mario (Tedua ndr.), che andava lì è faceva il ritornello non scritto, ed era già una hit”.

Ascolta qui "Amici Miei Mixtape":

Ascoltando “Malverde”, ciò che resta come file rouge del progetto è un senso di malessere generale, una fame, una rabbia e una pesantezza che è protagonista indiscussa del disco. Gli chiedo da cosa pensi derivi, ma lui mi dice, sorridendo: “Il problema è che non ti so neanche dire da cosa nasce questa cosa, io vivo la canzone molto spontaneamente. Alla fine, tutti quanti proviamo una forma di malessere, quindi a me viene spontaneo esprimerla con il rap, che è l’unica cosa che mi piace davvero fare”.
“Secondo me il rap deve essere una valvola di sfogo. Sai che c’è, in questo periodo qua ho letto un sacco di articoli in giro, o  sulle fanpage, che analizzavano le mie canzoni, e dicevano cose di me che neanche io sapevo. Però sono d’accordo con loro, hanno ragione” e si interrompe sorridendo.

Gli chiedo anche cosa stia ascoltando in questo periodo e senza esitazione mi dice: “Ascolto solo Lil Durk, ascolto lui e basta, non riesco ad ascoltare altro, da un anno a questa parte. Le basi e quello che dice lui su quelle basi lì, mi piace il contrasto tra quello che dice e il ritmo del beat”.


Quando gli chiedo in che modo si descriverebbe ad oggi, sorride e mi dice: "Sono rimasto più o meno lo stesso: sono una persona che cerca di vedere le cose in maniera positiva, ma poi sono convinto che le cose vadano male alla fine dei conti. Sono un pessimista cosciente, che spera nel lieto fine, cioè, sperò che andrà bene, però sono cosciente che nel frattempo il mondo andrà a puttane”.

“Il mio unico obiettivo è quello di fare musica, con ogni mezzo possibile” mi dice “e sono stato disposto a tutto per fare questa roba qua, gli ho dedicato la mia vita, io spingo in questo al 100%, tutto il resto conta meno, passa in secondo piano.

“C’è una tua rima in cui dici “Per quel che ho fatto do la colpa al mio passato”. Cosa intendi?”
Lui sospira e mi dice: “È una roba psicologica, può voler dire un sacco di cose, genericamente intendo che se tu ora sei quella persona lì, è colpa o grazie a quello che hai passato.

“C’è qualcosa che cambieresti del tuo passato?” gli chiedo.
“No, non cambierei nulla, perché questo è quello che sono, cosa dovrei cambiare? Sono contento di quello che sono, cioè poteva andarmi anche peggio” e ride “sono una persona normale, con una passione ed un obiettivo.

Personalmente ritengo che le tracce più incisive del disco siano “Straordinario”, “Cosa non va” e “Picasso”, perché c’è un Disme che riesce realmente a essere trasversale e introspettivo. “Qual è la tua traccia preferita del disco?” gli domando.

"“Bluff”, l’ho messa per prima apposta, perché così entri subito nel mood, perché è un pezzo più rap, mi piace perché suona come se fosse una canzone triste, però è una canzone  street, la barra in cui dico “Mi hanno detto che la morte non esiste” è perché mi ricordo che è successo un avvenimento con questa persona, che sosteneva che la morte non esista. E questa cosa mi è entrata in testa e  il giorno dopo quando ho scritto questa barra, ho un po’ preso il credo di questa persona e ci ho aggiunto un po’ quello che credo io. Poi “Errori” e “Sette Vite”.”

Si blocca un secondo a pensare, poi continua: “Ciò che mi piace di “Errori” è che nei miei testi io dico brutte cose, dico quello che penso realmente, a me non interessava che il beat fosse felice.

In “Sette vite” il discorso è simile: volevo fare una linea melodica un po’ più radiofonica, meno rap e più cantata, con una chitarra, ho pensato a come potesse suonare” poi ride e continua: “Il punto è che rimane comunque ultra rap nel testo".

Ascolta qui "Snitch/Nervoso":

“E ora che progetti hai? Stai continuando a scrivere?” gli chiedo.
“Sto ancora scrivendo, perché non vorrei rilassarmi troppo. Vorrei tenermi allenato, e metti caso che mentre mi alleno escano belle canzoni, le farò uscire in qualche maniera, anche perché non vorrei restare in silenzio per troppo tempo, non vorrei aspettare troppo prima di pubblicare nuova roba. Io la vedo così, finchè siamo vivi, siamo in grado di fare le cose, facciamole, perché perdere tempo. Metti caso che finisca domani, più canzoni ho fatto meglio è” e sorride.

Poi riprende ”Faccio questo da quando avevo 13 anni, non vedo perché dovrei smettere di fare musica, ci sono stati dei momenti in cui ho pensato di smettere. Adesso ne ho 27, ne è passato di tempo. Se tu credi di valere qualcosa, ma poi non hai un riscontro, inizi anche a dire: “Mi devo creare un piano B, non posso aspettare che succeda qualcosa”. Ma alla fine io me ne sono sempre fregato del Piano B."


La sincerità di Disme è disarmante, perché la dedizione con cui vuole arrivare al risultato è encomiabile, quando glielo faccio notare, lui mi risponde con una semplicità spontanea: “Quante volte capita che uno ha un obiettivo e non riesce a raggiungerlo per un motivo o per l’altro? Ci sono un sacco di fattori che cercano di farti fallire, ma tu ci devi riuscire. Quindi quando parlo di rivalsa, è questo che intendo, la vita e le circostanze ti rendono le cose difficili, se sei nato in un brutto posto e questo ti condiziona, ma non per questo devi mollare".

Quando metto giù il telefono, ripenso alla chiacchierata appena fatta e mi torna in mente “Picasso”: “Penso che un giorno tutto quest’odio un giorno cambierà il mondo”.
Ci rifletto e connetto le sinapsi, per poi capire appieno quanto la voce di Disme rappresenti appieno un lato di tutti gli esseri umani, fatto e basato sulla volontà di cambiare davvero qualcosa.
E forse è proprio la fame a rendere credibile questo desiderio di cambiare ciò che ci circonda.

Ascolta "Malverde":

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Autore:
Federico Maccarrone
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