Interviste

L'epica conversazione tra Havoc dei Mobb Deep e Paola Zukar

25 anni da ”Infamous”, un disco che ha cambiato per sempre il rap newyorchese. Abbiamo avuto la possibilità di onorare nel migliore dei modi il classico dei Mobb Deep. Buona lettura.

Articolo di
Paola Zukar
on
26
-
04
-
2020

(Introduzione della redazione di Esse Magazine)

Come vi avevamo annunciato qualche giorno fa, la quarantena ci ha fatto un regalo. In occasione dei 25 anni dall’uscita di “Infamous”, pietra miliare del rap americano, abbiamo avuto la possibilità di intervistare Havoc, che con il compianto Prodigy –venuto a mancare nel 2017– ha formato i Mobb Deep, duo che ha fatto la storia del genere e che ha cambiato per sempre il modo di intendere il rap a New York, definendo i crismi di quello che conosciamo come East Coast rap.

Abbiamo voluto rendere il tutto ancora più iconico coinvolgendo la persona che –meglio di chiunque altro– poteva prendersi in carico un’intervista di questo spessore: Paola Zukar. Lei ci ha ringraziato di cuore per averla coinvolta e noi abbiamo fatto lo stesso con lei per aver accettato. Con Paola è stata una di quelle belle conversazioni in cui tutti sono felici e contenti, perché entrambi abbiamo avuto l’occasione di realizzare un contenuto di culto –sì per il nostro pubblico– ma soprattutto per noi stessi. Non è la prima volta che Paola intervista Havoc. Già nel 1995 lo intervistò a Zurigo per AELLE. Anche per questo la nostra scelta non poteva che ricadere su di lei.

Non tutti i nostri lettori conosceranno Havoc, ne siamo totalmente consapevoli e va bene così. Non è un’intervista a Travis Scott: questo contenuto è chiaramente indirizzato a quella minoranza dei nostri utenti che conosce i Mobb Deep. Ma non vogliamo limitarci a loro, perché il nostro scopo non è mai stato quello di dividere, ma quello di includere ogni tipologia di ascoltatore e ogni fascia d’età, raccontando questa cultura dagli anni ‘70 fino al 2020 e le sue declinazioni in ogni angolo del mondo.
Vorremmo che anche i meno acculturati sulla grande storia dell’Hip Hop possano avere un’occasione per imparare qualcosa di culturalmente rilevante.

La conversazione tra i due ha toccato molti temi. Si è parlato del ‘’fallimento’’ del primo disco e delle conseguenti pressioni durante la scrittura del secondo -‘’The Infamous’’-, in assoluto il loro capolavoro. Paola e Havoc hanno conversato sull’eredità culturale del disco e dei Mobb Deep in generale, di vita di quartiere, di aspirazioni giovanili e contemporanee, di radici hip hop, delle sue evoluzioni, del messaggio del rap di ieri e di quello di oggi e di molto altro ancora.

La conversazione più epica di questa quarantena è qui, in questo articolo. Buona lettura.

”The Infamous”, il classico 25 anni dopo.

Paola: Allora, eccoci! Grazie mille per essere con noi!

Havoc: Grazie a voi!

Paola: Grazie per il tuo tempo… devo farti vedere qualcosa… guarda qui! (Paola le mostra la sua copia di ”Infamous”, firmata ai tempi dallo stesso Havoc in occasione della prima intervista di Paola ad Havoc per AELLE nel 1995. Non è la prima volta che Paola intervista il rapper e producer dei Mobb Deep, ndr).

Havoc: Oh wow! È una copia speciale!

Paola: Assolutamente, è LA copia! Noi ci siamo incontrati a Zurigo, in Svizzera, nel 1995…

Havoc: Dio…

Paola: Tu avevi vent’anni, io venticinque.

Havoc: Dall’inizio, wow, oh mio dio!

Paola: E l’intervista fu una figata, ero davvero contenta, è stato fantastico.

Havoc: Grazie davvero.

Paola: Che ricordi hai di quel periodo? Ti ricordi del tour in Europa?

Havoc: Sì, ero super elettrizzato perché non ero mai stato lontano da casa prima, quindi un viaggio internazionale, vedere il mondo… ero super emozionato.

Paola: Siete venuti in Europa ma poi Prodigy è dovuto rimanere a Londra per problemi di salute e non è potuto venire in Svizzera… e tu hai spaccato al concerto da solo al Rote Fabrik di Zurigo. Siamo qui per celebrare questo meraviglioso classico universale, intitolato “The Infamous”. Se potessi tornare indietro nel tempo, ricordi qual era il tuo mindset quando tu e Prodigy stavate creando questo capolavoro?

Havoc: Il nostro mindset all’epoca dipendeva dal fatto che eravamo appena usciti con un disco che era stata una sorta di delusione [”Juvenile Hell”, il primo disco, ndr], cioè l’etichetta non sapeva cosa farsene al tempo e ci hanno cacciati, quindi stavamo cercando un nuovo contratto e lo abbiamo trovato con Steve Rifkind quindi ci vedevamo con le spalle al muro, cioè o lo facevamo in quel momento o mai più, capisci? Sapevamo di dover creare qualcosa di speciale e metterci tutta la nostra essenza.

Paola: Fin dall’inizio avevate dei problemi con la casa discografica e l’etichetta…Come avete fatto il salto da “Juvenile Hell”, il vostro primo album, a “The Infamous”? Cos’è successo in quell’arco temporale?

Havoc: Beh, abbiamo iniziato a pensarci, quando abbiamo fatto “Juvenile Hell” eravamo consapevoli che non stavamo davvero spiegando la nostra intera storia al massimo del suo potenziale. Era un buon album ma non abbiamo approfondito del tutto chi eravamo. Quindi quando stavamo creando “The Infamous” volevamo enfatizzare di più chi eravamo davvero come persone.

Paola: Com’è stato possibile a vent’anni rimanere così focalizzati per scrivere e produrre un album perfettamente bilanciato? Come siete arrivati a questo equilibrio perfetto?

Havoc: Sai, quando cerchi di creare qualcosa e hai vent’anni e sei giovane, non hai altra scelta che focalizzarti, capisci che intendo? Non avevamo nient’altro. Quindi eravamo concentrati esclusivamente sulla creazione di qualcosa di grande, era tutto quello che avevamo.

Paola: E avevate un sacco di pressione addosso, sulle vostre vite… Cioè, le vite che descrivevate in modo così vivido nell’album erano le vite che stavate vivendo davvero: che ricordi hai degli anni nelle case popolari di Queensbridge?

Havoc: Sai, c’era un sacco di spaccio, molte sparatorie… ma anche tanti bei ricordi, come il tempo passato coi miei amici, il sogno di riuscire ad andarsene dal quartiere e l’inizio del mio viaggio per diventare un rapper e un producer, perché volevo una vita migliore. Ho veramente tanti bei ricordi, senza quel percorso non credo che sarei diventato chi sono ora.

Paola: Esattamente, provi nostalgia di quel periodo o lo vedi più come una parte di vita che ti ha formato?

Havoc: Lo vedo più come un periodo che mi ha formato. Anche se non ero ricco, ho iniziato da povero ma pieno di speranza, credo che quell’epoca abbia formato il carattere di chi sono diventato oggi. Io sono ancora umile com’ero allora e crescere in quel modo mi ha insegnato ad esserlo.

Paola: Certo Hai conosciuto Prodigy al liceo, giusto?

Havoc: Esatto, al liceo.

Paola: Puoi dirci com’è iniziata davvero tra voi due e come avete deciso di formare i Mobb Deep?

Havoc: Allora, ho conosciuto Prodigy al liceo attraverso un amico in comune… un giorno ero con Tragedy Khadafi e siamo andati alla radio per vedere Mally Mall alla stazione radiofonica e mentre eravamo lì continuavo a vedere questo ragazzo che mi sembrava davvero familiare ed è venuto fuori che andavamo al liceo insieme… quindi è assurdo, siamo diventati amici, Tragedy era già amico di Prodigy e quindi abbiamo iniziato ad uscire tutti insieme. Non ci è voluto molto perché ci rendessimo conto che avevamo tutti lo stesso interesse per il rap e nella mia mente Prodigy mi sembrava qualcuno che avrebbe funzionato bene in un gruppo, quindi gli ho detto “tu rappi, io rappo, creiamo un gruppo hip hop”. È stato un azzardo ma l’abbiamo fatto.

Paola: Wow! Cosa cercavi in un partner musicale all’epoca?

Havoc: In quel momento stavo cercando qualcuno che fosse bravo a scrivere, qualcuno che avesse l’aria di volerlo fare davvero, che avesse l’energia giusta… e lui aveva tutte queste caratteristiche.

Paola: A quel tempo non c’era “l’hip hop da cameretta”, non potevate andare nella vostra stanza e registrare le canzoni: dove siete andati a farlo? Quanto è stato difficile scrivere, produrre e registrare?

Havoc: È stato davvero difficile, perché come ho detto non avevamo soldi per andare in uno studio di registrazione grosso e importante, ma c’erano alcune persone che avevano degli studi loro, perché potevano permettersi le apparecchiature, quindi noi ci spostavamo da uno studio all’altro, comprandoci un minimo di tempo in studio, anche se erano solo due ore. Siamo riusciti a sfruttare ogni minuto in quelle due ore.

Paola: Quanto tempo è passato dal giorno in cui avete concepito l’idea del disco a quello in cui avete consegnato il master?

Havoc: Allora, io e Prodigy ci siamo incontrati nel 1989, abbiamo creato il gruppo probabilmente nel 1990-1991 e abbiamo pubblicato il nostro primo album, “Juvenile Hell”, nel 1993. Un periodo breve tutto sommato, ma per noi è stata una vita.

Paola: E quanto ci è voluto a concepire e poi pubblicare “The Infamous”?

Havoc: Dunque, siamo stati mollati dall’etichetta e in un anno avevamo un nuovo contratto, nel 1994. E poi abbiamo lavorato all’album qualche mese, direi otto mesi o qualcosa del genere, e rilasciato “The Infamous” nel 1995, quindi ci è voluto probabilmente un anno, dalla firma al lavoro per l’album all’effettiva release… probabilmente un anno. Forse qualcosa in più.

Paola: Quanto è stato difficile? Quante tracce avevate effettivamente?

Havoc: Oh beh, eravamo così paranoici sul fatto di creare un buon album che abbiamo registrato tipo venticinque canzoni. Abbiamo esagerato e poi abbiamo ristretto il campo alle migliori quattordici.

Paola: Ma è vero che rilascerete altre tracce di quel periodo?

Havoc: Sì, lo faremo, certo. Rilasceremo diverse versioni di canzoni che erano già nell’album ma che nessuno ha sentito prima.

Paola: Wow, che bello sentirlo, grazie davvero.

Havoc: Grazie a te.

Paola: Nell’album ci sono brani che perfino i ragazzi di oggi conoscono. Secondo te perché “The Infamous” è così rilevante per le generazioni di oggi?

Havoc: Credo che lo sia perché è un po’ come quando io ero agli inizi… se sei una persona che ama la musica sul serio, guardi al passato per scoprire la musica venuta prima e per farti un’idea di com’era la musica prima che arrivassi tu e iniziassi ad ascoltarla. Quindi tipo James Brown, capisci, cose che vanno ascoltate. Penso che oggi siamo per i ragazzi come quella generazione con James Brown, tipo “wow, guarda cos’hanno fatto così tanto tempo fa” ed è ancora ottima musica.

Paola: Sicuramente. E all’epoca chi era il tuo James Brown? Per chi provavi ammirazione? Chi volevano essere i Mobb Deep prima di essere i Mobb Deep?

Havoc: I Run DMC, LL Cool J, EPMD… ascoltavamo quel genere di artisti.

Paola: Cos’è successo quando avete capito che la vostra musica non solo aveva avuto successo ma che il messaggio che avevate veicolato con l’album era rilevante non solo per la vostra comunità, ma per gli States e infine per tutto il mondo?

Havoc: Ci è voluto un po’ perché ce ne rendessimo conto, perché puoi fare un album che diventa disco d’oro, piace a tutti e fai il tour… e ti dici “ok, ho fatto un bell’album” e allora ne fai un altro e poi un altro ancora e quindi direi che forse dieci anni dopo ho iniziato a capire che l’album avesse una vera forza di resistenza… non lo sai subito, non pensi subito o un anno dopo “oh mio dio, questo è un album importante”. Ci vuole un po’, dopo dieci, vent’anni te ne rendi conto… cioè mi ha dato l’opportunità di fare questa intervista con te! Questa è una delle cose che mi fanno a tutt’oggi capire che è stata un’opera importante.

Paola: Certo, e cosa mi dici della spontaneità di quando siete andati in studio? E per esempio a chi è venuta l’idea di usare gli Hi-hat che adesso tutti riconoscono subito? Sapevi già che sarebbe diventato un capolavoro?

Havoc: In realtà stavo solo cercando di essere creativo, non pensavo “ciao, sono qui, sto per fare un capolavoro”… non ne avevo idea. Ma quando ci metti il cuore, non c’è altra possibilità che creare qualcosa di grande. E si spera che poi possa diventare un capolavoro agli occhi degli altri. “Shook Ones” è ancora una delle mie canzoni preferite del disco, sai, per molti motivi. Il motivo principale è che mi ha portato dove sono ora. Quella canzone da sola ha creato un  tale fermento intorno a noi che ci ha concesso un’opportunità dopo l’altra. Quindi penso che sia una delle cose migliori che abbia mai fatto, a mani basse.

Paola: Le cose che avete scritto all’epoca, così forti, e i problemi che avete affrontato nel disco erano davvero reali. In questi venticinque anni, secondo te la situazione è migliorata? Quanto sono cambiati gli US?

Havoc: Beh, il quartiere è ancora il quartiere, anche oggi abbiamo le disuguaglianze economiche tra diversi gruppi sociali. Credo che sia leggermente migliorata ma ci sono ancora problemi. Sono sicuro che se vai in un sobborgo ora le persone non ti diranno che ci vivono una vita perfetta. Capisci cosa intendo? Non credo ci sia una gran differenza ma ci sono più opportunità ovunque.

Paola: La musica di oggi racconta alcune delle stesse situazioni di cui parlavate voi nel vostro album. Ti piace la musica che oggi affronta gli stessi problemi come facevate voi prima?

Havoc: Ehm, credo che li affrontino ed esprimano in un modo diverso. Il messaggio è diverso, perché la generazione è nuova… gli piace fare festa, gli piace “flexare”, è così che lo chiamano, ostentano i gioielli e le macchine ma se ascolti in profondità alcune di quelle canzoni senti ancora lo stesso messaggio di persone che cercano di uscire da quelle situazioni, o comunque mostrano orgoglio per averlo fatto. È un sound diverso e parte di questa nuova musica potrebbe non essere così dettagliata com’era la nostra, ma il messaggio è spesso simile.

Paola: Quando avete firmato per Loud, il vostro contatto era un altro artista? Perché mi sembra che anche i Wu-Tang stessero registrando per loro… Come vi siete messi in contatto con Steve Rifkind?

Havoc: Il modo in cui ci siamo messi in contatto con lui è dipeso dal fatto che cercavamo attivamente di mantenere vivo il nostro nome, perché restasse noto alla gente. E per farlo, dovevamo avere un articolo sul magazine “The Source”, che creava un po’ di hype per gli artisti senza contratto. Una persona che lavorava al “The Source” ci ha messo in contatto con Steve Rifkind.

Paola: Cosa pensi dei media? Segui accounts sui social media? Pensi che fosse meglio con le riviste o il fatto di poter comunicare direttamente coi fan è più utile?

Havoc: Penso che siano entrambi ottimi mezzi di comunicazione. Le riviste hanno una certa prospettiva. A volte gli artisti sono troppo artistici, capisci? Le riviste sono più abili a mettere tutto insieme e a farlo funzionare. Sono due cose che coesistono bene ma credo che i giornalisti sappiano mettere giù le cose in una prospettiva che complessivamente la gente riesce a capire. E se le cose le dice un artista, sai, magari ha buone intenzioni ma a volte ti serve un professionista per articolare bene le comunicazioni ad un pubblico più vasto.

Paola: Ti ricordi se sei stato contento delle recensioni che avete ottenuto per l’album all’epoca? C’è stato qualcosa che ti ha fatto arrabbiare?

Havoc: Se c’è mai stato qualcosa che mi ha fatto arrabbiare, mi ha soltanto reso più affamato. Non posso dire di non essermi arrabbiato quando “The Source” ci ha dato 4 mic e mezzo, quando probabilmente avremmo dovuto averne cinque, ma andava bene anche solo ottenere quella visibilità. Ma devi accettare anche i risvolti negativi. Le critiche sono sempre critiche e vanno accettate.

Paola: Ho qualche domanda sulle canzoni ora. Qual è la tua canzone preferita? So che è difficile, ma hai qualche favorita?

Havoc: Direi che “Drink Away The Pain” è un’altra delle mie preferite, semplicemente perché ho rappato con uno degli artisti eroi della mia infanzia, Q-Tip, che ha prodotto il brano. Un’altra è “Temperature’s Rising” perché stavamo parlando di una situazione reale che stava succedendo al tempo e che non avrebbe potuto essere più vera di così.

Paola: La credibilità e il senso di realtà all’epoca era una condizione fondamentale, cioè non potevi fare rap senza. Oggi a volte ai ragazzi piace inventarsi delle storie o magari ostentare sui social media. Secondo te è una questione allarmante o l’hai accettato come parte della musica di oggi?

Havoc: È qualcosa che non farei, ma un’altra cosa che non mi piace fare è dire a qualcuno come fare la propria arte, capisci? Magari non sono d’accordo con quello che uno fa, quindi possiamo rassegnarci a non essere d’accordo, perché magari non è il modo in cui lo farei io. Ma se è quello il modo in cui lui vuole dipingere il suo quadro o raccontare la sua storia o il suo lato dell’arte, cerco di starne fuori. Posso fare le mie critiche ma dobbiamo lasciare che gli artisti siano artisti.

Paola: Assolutamente. C’è qualcuno che sta lavorando ora che ha attratto la tua attenzione e con cui vorresti lavorare?

Havoc: Ce ne sono alcuni, non posso fare i nomi perché ce ne sono veramente tanti e per me i loro nomi sono tutti uguali, Baby di qui, Baby di là… Lil chi? (ride, ndr). Ma mi piacerebbe lavorare con alcuni di questi giovani artisti. Cioè, pensa a Quincy Jones, quando lavorava aveva tipo cinquant’anni e ha fatto “Thriller” per un giovanissimo Michael Jackson quindi vorrei essere quel tipo di artista e fare quel genere di cose.

Paola: E tu sei più interessato alla produzione ora, giusto? Su cosa stai lavorando ora?

H: Oh, al momento… io sono un producer nella vita e un rapper, ma al momento ho fatto un album con Method Man che dovrebbe uscire molto presto.

Paola: Wow!

Havoc: Sì, è davvero un bell’album, lo ringrazio. E anche altre cose, ad esempio ho appena fatto visita a Kanye per lavorare su alcuni dei suoi progetti, vedremo come andrà. Ma sono ancora attivo.

Paola: Com’è la tua vita di ogni giorno?

Havoc: Voglio fare talmente tante cose da non avere nemmeno il tempo per dormire! Come tutti nel mondo sono in casa tutto il giorno ma questo mi sta dando il tempo per focalizzarmi su quello che devo fare. Quindi passo tutto il giorno a fare beats, a produrre e a scrivere.

Paola: Per quanto riguarda la produzione, usi ancora le 808s e MPC?

Havoc: Beh, allora la mia drum machine preferita era l’MPC. L’MPC 60, ci ho vissuto. Ora come ora, uso una strumentazione simile, ho la Maschine Studio di Native Instruments, ho la mia tastiera MIDI e ovviamente i piatti. È tutto più o meno uguale, solo il software è un po’ diverso.

Paola: Ti piace studiare e sperimentare?

Havoc: Sai, per quanto riguarda la struttura, io sono quel tipo di persona a cui piace smontare qualcosa in ogni sua parte e poi ricomporlo, non leggo le istruzioni, vado a istinto. Mi basta conoscere le basi e poi posso anche cestinare le istruzioni.

Paola: Fantastico! Che consigli dai a chi sta approcciando ora il mondo della produzione o della scrittura?

Havoc: Il consiglio che darei a chi aspira a diventare un producer o un rapper è di cercare in ogni modo di essere originali. Ma davvero. Perché con quello si fa strada. Magari essere diversi non è la scelta popolare, ma potrebbe essere davvero molto gratificante e dare i suoi frutti alla lunga.

Paola: Bellissimo. Ti piace ancora andare in tour?

Havoc: I tour sono fighi, mi piacciono perché vedo il mondo ma preferisco fare un po’ meno tour e lavorare più sulle produzioni. Voglio viaggiare per piacere e non solo per lavoro. I tour sono una fortuna, li adoro, però sono pesanti, tra l’aereo, i tragitti… ma è un bellissima cosa, non mi fraintendere.

Paola: No, assolutamente. Mi chiedevo: c’è qualcosa che cambieresti di quello che è successo in questi venticinque anni? Qualcosa che avresti fatto diversamente?

Havoc: Se c’è qualcosa che cambierei e farei diversamente è prestare più attenzione agli aspetti del business. È una parte che è tanto importante, se non più importante, della componente artistica. Quest’industria non ha delle vere istruzioni. Una delle cose che cambierei, se potessi, sarebbe occuparmi di più del lato economico.

Paola: Voglio davvero ringraziarti perché all’epoca non avevamo una videocamera decente e non ho neanche dovuto inseguirti per chiederti un selfie. Giulio (parla con il tecnico che ha curato il collegamento video, ndr) puoi fare uno screenshot di noi tutti insieme?

Bellissimo! Grazie, è stato un piacere e un onore intervistarti di nuovo dopo venticinque anni.

Havoc: Ad altri venticinque anni!

Paola: Assolutamente! E congratulazioni per tutti i tuoi traguardi, sei un’ispirazione per noi. Grazie!

Havoc: Grazie mille!

La redazione di Esse ringrazia sentitamente Havoc, Paola Zukar, il team di TRX Radio e Certified Italy, che ci ha dato questa possibilità. Speriamo di poter realizzare presto altri contenuti di questo tipo.


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Autore:
Paola Zukar
Paola Zukar è uno delle figure chiave del rap italiano. Manager dei colossi che hanno fatto il genere in Italia, è anche fondatrice di TRX Radio.
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