Interviste

Le parole di Speranza sono più forti della sua voce

(Ed è tutto dire).

Articolo di
Ilaria De Battista
on
18
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10
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2020

Francese, Italiano, dialetto gitano, casertano: questo è Speranza. Una torre di Babele le cui lingue non creano confusione, ma che si incontrano e si uniscono perfettamente in un suono  potente e delicato allo stesso tempo.

La musica di Speranza è un mosaico composto da tessere svariate e variopinte, create grazie alle sue influenze, alle sue radici, alle sue esperienze e alla sua storia.

Dopo aver fatto conoscere il suo personalissimo stile, dopo aver realizzato singoli di grande successo come “Manfredi”, “Chiavt a Mammt”, “Givova” e dopo aver raccolto il riconoscimento di figure di spicco dello scenario rap che lo hanno voluto nei propri progetti, ha deciso che fosse giunto il momento per far uscire il suo primo disco.

Ascolta "Chiavt a Mammt"

“L’ULTIMO A MORIRE” è più di un album: è un vero e proprio viaggio tra i luoghi che hanno accolto Speranza  e tra gli amici che lo hanno da sempre accompagnato nel suo percorso, un viaggio spesso tortuoso, ma che lo sta portando verso grandi soddisfazioni. Un viaggio grazie al quale potremo “entrare” e conoscere parte della sua vita, ma nel quale potremo anche riconoscerci e rispecchiarci.

Per iniziare la nostra chiacchierata, gli ho domandato subito perché, nonostante fosse presente sulla scena ormai da tempo, avesse ritenuto questo il momento giusto per il suo primo album. “Sì, ero presente, ma c’era bisogno che il mio nome girasse ancora un po’”, inizia. “Come sai ci siamo fatti da soli e per arrivare alla decisione di fare qualcosa di più concreto come un album con delle basi solide, abbiamo dovuto aspettare un po’ di più e l’abbiamo fatto con le nostre forze.”

“E qual è il significato del titolo “L’ULTIMO A MORIRE”? “E´ un gioco di parole con “Speranza”: la speranza è l’ultima a morire. Il titolo e il mio nome vicini rappresentano parte di me.”

Speranza è nato da padre italiano e madre francese, nasce e cresce a Behren, una zona molto povera della Francia e successivamente si trasferisce a Caserta. C’è una frase di “Camminante”, un brano contenuto nell’album che dice: “tra l’Italia e Francia, pare Monna Lisa”. Questa espressione potrebbe racchiudere la vita di questo artista, chiamato “il Francese” in Italia e “l’Italiano” in Francia. Dunque, gli chiedo come queste diverse radici lo abbiano influenzato a livello musicale. “Entrambe mi hanno influenzato in maniera diversa. In Francia il rap era presente da molto, non è un genere che si ascolta per moda, è un genere che fa parte del loro contesto urbano.  Poi, trasferendomi al sud, ho preso anche ciò che faceva parte del loro contesto e ne ho fatto un mix, un mix che poi sono io e la rima che hai citato fa riferimento proprio al fatto che entrambi questi luoghi mi reclamano”.

“Inoltre, i testi dei tuoi pezzi si dividono tra italiano, francese e dialetto: con quale criterio scegli una lingua piuttosto che un’altra?” Con nessun criterio” inizia. Ci sono alcuni brani come ad esempio “Givova” in cui, se ci fai caso, il francese non c’è e me ne sono reso conto dopo. Quando mi ritrovo a scrivere, arrivo ad un punto in cui mi viene da sfogarmi in dialetto piuttosto che in francese. Mi viene del tutto naturale, scelgo una delle tre lingue che sono dentro di me a seconda della musicalità e del mio stato d’animo. E´ qualcosa di molto istintivo.”

Ascolta "Givova"

Speranza è uno degli artisti che ha fatto della propria diversità e anche del suo sentirsi “diverso” un punto di forza. E´ riuscito a trasporre i momenti difficili e la realtà di periferia e case popolari nella sua musica in modo reale e sincero ed è riuscito a dar voce alle minoranze che ha incontrato nel suo percorso. In lui il concetto di “diversità” si mescola perfettamente con quello di “unicità”. “Se nessuno fa un passo verso gli altri, devi farlo tu. Quando mi sono sentito emarginato, ho cercato di non sentirmi estraneo e sono andato io alla scoperta”, rivela. “Così, ho scoperto altre realtà, anche grazie al lavoro, all’Italia e a tante opportunità di vita che ho affrontato. Questo mi ha permesso di avere un’analisi a 360 gradi e di essere più maturo sui miei punti di vista. La musica è stata salvifica per me in tante cose, parto sempre da presupposto che, invece di buttare una serata in mezzo alla strada come avrei fatto prima, se ti chiudi a casa a scrivere e a fare musica, fai qualcosa che ti piace e ti evita tante cose che avresti fatto. Spero che questo discorso valga anche per tanti altri giovani, perché è qualcosa di davvero positivo.”

“Spostandoci sul discorso delle collaborazioni, il tuo disco ne vanta di importantissime, tra cui Guè, Tedua e Massimo Pericolo: come sono nate?” “Tutto è partito dal rispetto e dall’amicizia, oltre che dalla musica. Io e Vane abbiamo iniziato insieme, ci conoscevamo già e abbiamo avuto un po’ lo stesso percorso: era giusto coronare questa amicizia in un album. Guè mi ha spinto agli inizi ed è stato come un lieto fine, un sogno che si è realizzato. In Tedua, invece, ho visto una parte molto diversa, ma che allo stesso tempo mi corrispondeva a livello emozionale. C’era già rispetto reciproco e,  per esaltare questo lato di me che nessuno ancora conosceva, abbiamo realizzato una bella cosa insieme, anche per far capire alla gente che non sono solo arrabbiato nei confronti della vita, ma che ho anche altre grida e dolori.”

“Un altro feat è quello con Rocco Gitano, un artista rom: come nasce questa tua attenzione verso la comunità sinti?” “Tanti miei amici lo sono, quindi ci tenevo a parlare anche di questa realtà, una realtà che tutti tacciono, ma di cui io voglio parlare. Frequentando questi ambienti e andando alle loro cerimonie, mi sono reso conto che Rocco Gitano era molto presente ed era il loro idolo. Quindi, quale migliore feat per rappresentarli se non con lui?”

“Il tuo disco vanta anche la presenza di produttori tra i più influenti, tra cui Night Skinny, Crookers e Don Joe: come è stato lavorare con loro?” domando. “Night Skinny e Crookers sono presenti dagli inizi. Io, Massimo Pericolo e Crookers siamo amici prima di tutto e ci tenevo ad averli nel mio disco. Stessa cosa per Skinny, è stato il primo a invitarmi a fare “Mattoni” e mi ha appoggiato molto. Don Joe è arrivato dopo, ma c’è stato subito feeling e quando mi ha proposto le basi per me è stato un onore. Mi sono  sentito molto considerato, gli ho lasciato totalmente carta bianca perché ogni artista deve essere libero di fare ciò che si sente: mi ha mandato una cartella con le basi e ho scelto la più potente.”

Speranza canta “Numero uno, ne siamo in tre”: infatti, lui insieme a Massimo Pericolo e Barracano sono riusciti a far confluire il proprio vissuto e il proprio passato nel brano “Criminali”, un progetto coronato anche da un tour insieme. Un progetto dove amicizia, comunanza di storie e passione per la musica si incontrano. “Ho conosciuto Barracano a Caserta, io ero in una fase “offline” e mi ha spinto a riprendere. Lui, contemporaneamente, si sentiva con Vane che era a Varese. Così, si è creato questo triangolo dei “criminali”: sono passati ormai tre anni e il fatto di aver avuto un po’ lo stesso percorso e di aver fatto un tour insieme è stata una grande cosa. Adesso è uscito il mio progetto e siamo ancora insieme tutti quanti.”

Una cosa che mi ha sempre colpita di Speranza è che, nonostante la voce così potente e i testi spesso duri e crudi, riesca a far emergere quasi paradossalmente una sensibilità e delicatezza davvero particolari. Dunque, gli domando da dove nasca questa altra sua “anima”. “Nell’album ho tenuto a far vedere anche quest’altra cosa e ho visto che la gente, anche con il pezzo “Iris”, l’ha presa bene. Era una mia piccola paura e mi sono chiesto se le persone fossero pronte a percepire un’altra sfaccettatura di me.” E aggiunge: “puoi avere anche tanta aggressività e rancore, ma poi uno è anche uomo e ha i suoi lati sensibili. Ci tenevo che uscisse anche questo mio lato più profondo e sensibile.”

E una delle canzoni che meglio fanno trasparire questo lato nascosto di speranza è “Iris”, uno dei brani che ha anticipato l’album. “L’amore descritto può essere tutto, può essere metaforico. Quando ricevi una delusione da qualcosa a cui tieni, se la interpreti artisticamente, sulla base dell’illusione, può diventare un modo per tenertela ancora stretta, anche se non ti appartiene più. Rimane un sentimento sincero, come quello del rancore, che può sembrare brutto, ma che ha una base di sincerità e di purezza. “Iris” è un pezzo complicato per me.”

Ascolta "IRIS"

“Una frase che mi è piaciuta molto del singolo “A la muerte” è: “In Futuro tienilo Presente quello che ho Passato”. Cosa cerchi di ricordare per far sì che tu riesca a rimanere umile come appari, nonostante l’arrivo della fama?” “Qualunque cosa farò, spero che la gente possa accoglierla sempre in modo positivo. Per arrivare a questo ho avuto tanti ostacoli, ne ho viste veramente tante, spero mi appoggeranno sempre. Spero che i ragazzi trovando sfogo in cose positive, come la musica, possano migliorare. Al di là di tutte le sofferenze che possono esserci, bisogna sempre pensare positivo e stringere i denti, altrimenti non vai avanti, ma affossi.”

“Per salutarci, cito il tuo nome: qual è la speranza che hai per il tuo futuro?” “Adesso la mia speranza è che la gente, al di là del successo a cui non aspiro ora, accolga il mio messaggio e continui a sostenermi per andare avanti… con la speranza di fare un secondo, un terzo album e di camminare sempre insieme.”

In “Fendt Caravan” Speranza dice di conoscere i suoi limiti, ma di riuscire ad andare sempre oltre ed è quello che sta facendo: questo disco ne è una dimostrazione ed è un modo per farci conoscere la sua storia, ma quegli occhi che spiccano sulla copertina del disco hanno ancora molto da raccontare. E´ solo l’inizio.

Ascolta ora "L'ULTIMO A MORIRE"

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Autore:
Ilaria De Battista
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