Interviste

Jack Harlow ha qualcosa da dire

Abbiamo intervistato Jack Harlow, che non è solo l'artista di "What's Poppin".

Articolo di
Federico Maccarrone
on
04
-
03
-
2021

La musica di oggi non lascia scampo: ciò che si rivela essere più difficoltoso non è tanto arrivare alla notorietà, quanto mantenerla.

E’ questa la condanna della musica veloce, perché mantenere un’attenzione o un pubblico diviene quasi impossibile, se ci rendiamo conto che una volta al mese andiamo a ritrovarci un nuovo artista ai posti più alti delle charts.

Questo non è il caso di Jack Harlow, che, dopo il successo di “What’s Popping”, ha scelto di prendere la via più tortuosa, cercando di creare un disco che risulti ben rappresenti la poliedricità di Jack all’interno del mondo del rap.

Essere un one hit wonder può divenire una condanna o una benedizione, ma la scelta di Harlow è quello di crearsi una posizione all’interno del rap game mondiale, scrollandosi di dosso l’idea che possa essere un fenomeno momentaneo.

Na abbiamo parlato con lui in una chiacchierata su Zoom.

Mentre lo attendevo nella room del mezzo di comunicazione, mi metto a riflettere su come abbia vissuto il suo successo. Non è facile passare da zero a cento in meno di un anno.

Ma quando Jack si connette tutti questi dubbi sul suo viversi la fama crollano: mi trovo davanti un ragazzo della mia età con una normalissima felpa grigia e gli occhi stropicciati dalla stanchezza.

“Complimenti per il successo del disco” gli dico: “Come stai?”.
Lui mi risponde: “Molto bene. Nell’ultimo periodo sto registrando, sono tornato in studio. Nonostante sia ancora quasi tutto chiuso... Mi sto godendo la vita”.


Entro subito nel vivo, chiedendogli di parlare del disco e sottolineando che, nell’ascoltare il progetto, ho sentito delle vibes che mi hanno ricordato Kanye e Drake dei primi tempi nei testi e nelle liriche, più che nei beat. Lui mi ringrazia per il parallelismo, così poi gli chiedo se avesse mai avuto paura di essere mal interpretato e non compreso.
“In un certo senso sì” ammette lui, però continua: “Però d’altra parte il disco per me è l’occasione di essere capito. Mi è successo in passato di sentirmi non pienamente capito, e mi capita ancora ovviamente. Ma in ogni caso il disco è la mia chance di chiarire chi io sia davvero e tutti gli stili che posso fare”.


All’inizio dell’articolo abbiamo parlato di one hit wonders, e “What's Poppin” è una delle più grandi hit del 2020, ma è anche un fardello per un artista che vuole affermarsi appieno, perché pone un’asticella altissima. “Magari qualcuno avrebbe potuto pensare che tu fossi un fenomeno da una sola hit, invece col disco hai fatto vedere un altro lato di te, un lato onesto e vulnerabile. Quando ti sei reso conto che queste parti della tua arte potevano davvero essere quello che le avrebbe fatto fare quel passo in avanti?” gli chiedo.


“In realtà ho esposto il mio lato vulnerabile già da un po’, perché sono influenzato da artisti Kanye e Drake, come dicevi tu” ammette “La musica in cui ti mostri vulnerabile funziona anche sul lungo periodo e aiuta le persone a entrare in contatto con te. Quindi ho cercato di farla fin dall’inizio della mia carriera, ma le canzoni che mi hanno reso famoso sono le hit, quindi spesso la gente si aspetta che io parli di quelle”.

“Ma quando ho iniziato a lavorare al disco ho capito che questo è il modo per legare davvero a te i fan. La musica può piacere a tanta gente. Ma perché diventino tuoi fan devi davvero aprire il cuore” conclude lui.


Il ragionamento è totalmente coerente con l’anima del disco e si sposa perfettamente con il concept del disco. Gli dico quindi: “Guardando alcune tue interviste ho notato che sei rimasto umile, un ragazzo normale, nonostante il successo. E volevo chiederti: durante questi mesi in cui la tua musica ha avuto sempre più riscontro, qual è stato l’aspetto più difficile del successo e della tua evoluzione?”.


“Per me è una sfida interiore, con me stesso. Perché voglio mantenere la mente lucida e fare in modo di non superare mai i miei limiti. Voglio tenere a bada il mio ego e le mie insicurezze. Quindi è un processo interiore, per essere sempre sicuro di rimanere me stesso” mi risponde lui con fermezza.


Il successo porta con sé molte difficoltà nei rapporti con se stessi e con le altre persone e quindi chiedo quale sia stata la più grande difficoltà di questo periodo di transizione e che ruolo abbia attribuito alla musica.

“Per me è una specie di battaglia creativa. Io ho bisogno di andare in studio e arrivare al punto in cui mi perdo nella musica, perché alla fine è questo che si cerca di fare ogni volta che si va in studio: perdersi nella musica e raggiungere un diverso tipo di consapevolezza che ti permette di creare senza pensare troppo e senza essere trattenuto dalle tue stesse inibizioni” ammette lui.

Ascolta qui "What's Poppin":



Un’altra caratteristica unica di Jack è la sua provenienza: lui arriva da Louisville, una piccola cittadina de Kentucky, lontana dai poli classici del rap americano. Crescere e sviluppare un progetto in una zona come quella dev’essere stato abbastanza particolare, quindi gli chiedo di ripercorrere i suoi ricordi e raccontarmi come sia nato tutto. “In particolare” gli chiedo “vorrei sapere chi sia stata la prima persona a credere in te”.


“Credo che i primi a credere in me in quel senso siano stati alcuni dei miei compagni di classe. Sono cresciuto in un quartiere che si chiama Highlands che è un posto molto particolare in città perché è molto eclettico. C’è una grande varietà ed è un luogo molto artistico, quindi mi sono sentito sempre molto accettato e ho avuto la possibilità di conoscere persone con tanti tipi diversi di background e interessi” e continua: “Vengo da un posto che sicuramente non è completamente omogeneo a livello artistico e credo che questo mi abbia influenzato molto. Anzi, è proprio questo che mi ha dato l’input per diventare un artista ed entrare in contatto con tante persone diverse”.


Tra le altre cose questo è il primo disco di Jack a raggiungere un grande pubblico, ma non il tuo primo in generale. “Quale credi sia il tuo lato artistico che ha ancora bisogno di tempo per evolversi, diciamo il tuo punto debole? Cambieresti qualcosa del disco?” gli chiedo.

Mi risponde: “Io cerco sempre di migliorarmi e capire cosa e come posso fare meglio. Ci sono alcune canzoni nell’album che, anche se sono passati solo tre mesi, ho la sensazione non stiano crescendo e maturando quanto avrei voluto o come avrei voluto”.

“Quindi sicuramente io mi segno tutte queste piccole cose, che noto col tempo. Anche perché ti aiutano a capire diverse cose. E penso che continuerò con questa strategia. Sono fiero del disco, ma penso di poter fare anche meglio”, per poi continuare: “Sto giusto iniziando il mio nuovo progetto. Vado in studio e comincio a tastare il terreno, per capire quale strada ha le potenzialità per essere quella giusta. La direzione da prendere mi sarà chiara col tempo. Ma ho già diverse canzoni che funzionano. Quindi la mia prossima mossa è continuare a darmi da fare, scrivere e migliorarmi sempre. Sono concentrato sulla musica, perché voglio essere uno di quegli artisti conosciuti per la qualità della loro musica”.


Nel mentre che parlo con Jack mi sembra di notare che è sempre pronto a ricevere critiche e ad accettare le diverse visioni delle persone riguardo alla sua musica.

Quando glielo faccio notare, lui mi dice: “Spesso sono io stesso a chiedere delle critiche ai miei tecnici, ai miei amici e a chi lavora con me, come Don Cannon e Dj Drama. Chiedo sempre cosa pensano. E cerco sempre di reagire con cautela alle critiche ma comunque accettarle. Ma resto un artista e a volte capita che io sia sensibile a certe cose” si interrompe e poi continua.

“Ogni tanto mi infastidisce, può succedere di leggere le recensioni online e farti influenzare troppo. Ma man mano che cresco, mi importa sempre di meno e credo sempre di più in me stesso, quindi mi rendo conto sia tutto un processo”.


L’influenza delle persone che ci circonda è sempre fondamentale per procedere nel nostro percorso, quindi, in forza di ciò che mi ha detto, gli dico: “Qual è il miglior consiglio che ti hanno detto in questo periodo?”.

“Di rappare” mi dice lui senza pensarci “Sembra banale ma a volte mi basta ricordarmi di rappare. Perché capita che pensi troppo a quello che sto facendo oppure inizio a tendere troppo sul melodico, perché comunque mi piace. Però mi sono reso conto che spesso quello che funziona meglio per me è semplicemente mettermi a rappare. Ogni canzone che si è rivelata un successo è nata così”.

“Dove vorresti arrivare col prossimo album?” gli chiedo.
 

Lui ci pensa un po’ e mi dice: “Mi piacerebbe un Grammy, o una canzone al numero uno in classifica. Tutto il meglio, insomma”.

Parlando del disco, gli chiedo allora quale sia la sua canzone preferita nel disco.
“Sai qual è la cosa assurda? Probabilmente la mia canzone preferita al momento è una che stavo per togliere dall’album, “Keep It Light”” mi dice”.
“Credo di aver affrontato un argomento che nessun altro rapper ha mai affrontato ma che tutti capiscono. Tutti i rapper che conosco e in generale chiunque sia in una posizione di successo e fama capisce questa canzone. Ma mi sembrava che nessuno avesse scritto quel genere di brano”.


Lo interrompo: “ Volevo chiederti: qual è percorso di carriera ideale che vorresti raggiungere coi prossimi tre o quattro dischi? Hai qualche esempio di carriere di altri artisti a cui aspiri?”.
Mi risponde quindi: “Vorrei sicuramente raggiungere i numeri uno, come Drake. Vorrei raggiungere i livelli di Jay-Z o Lil Wayne”.


“Ho un’altra domanda: immagina di poter fare solo altri due album in tutta la tua carriera. Uno dei due con un solo artista e l’altro con un solo produttore. Chi sceglieresti per ciascuno dei due?”
“L’artista che sceglierei probabilmente sarebbe EST Gee. È un mio amico ed è una persona speciale. Per quanto riguarda il producer... o Pharrell Williams o Timbaland” mi dice lui “Sono sempre stato attratto da quelle sonorità. Penso che entrambi facciano dei beat unici. Nessun altro crea quel genere di strumentale”.


Mi vorrei concentrare un attimo sul successo di “What’s Popping”, quindi gli domando: “Quando ti sei accorto che il brano stava iniziando a spopolare, cos'hai pensato? Ti spaventata quel successo? Cosa hai pensato quando hai raggiunto il primo milione?”
”Mi sono detto “finalmente””, mi dice lui ridendo.


“Ho deciso di iniziare il disco quando hanno annunciato il Covid-19. Proprio quando il virus ha iniziato a diffondersi, sono tornato a casa e ho cominciato a scrivere. Dopo una settimana avevo già buttato giù “Baxter Avenue”, “Funny Seeing You Here” e “Tyler Herro”.

Quando chiude la risposta, lo ringrazio per la disponibilità e ci salutiamo.

Ridendo, mi dice che ci beccheremo presto.

Io gli rispondo che ci vedremo al prossimo tour, lui chiude dicendo: "Speriamo presto" e scoppia a ridere spegnendo Zoom.


 Ascolta qui "That's What They All Say":

Grazie a Warner Music Italy per aver reso possibile quest'intervista.

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Autore:
Federico Maccarrone
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