Interviste

Izi ci insegna che la vera rivolta è interiore

L'intervista di Izi sul presente, passato e futuro della sua musica.

Articolo di
Federico Maccarrone
on
20
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11
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2020

“Le persone più silenziose hanno le menti più rumorose”: penso che questa frase di Stephen Hawking racchiuda molto di quello che è l’universo di Izi, su cui la nostra unica finestra sono la sua musica e la sua attitudine. Perché “Riot”, così come “Aletheia”, “Pizzicato”, “Fenice” e “Julian Ross”, non è un progetto che si può leggere senza cogliere la sua intrinseca dipendenza dal passato e dal futuro di Izi.

Sì, perché nel mondo di Diego il pensiero si sviluppa in un tempo indefinito, per dare poi vita a una musica che è puro istinto, con poche o nulle modificazioni rispetto all’intento iniziale.


In questa situazione paradossale, “Riot” è il riflesso di un’esigenza artistica ben definita, che si collega al voler rimettere ordine nella gerarchia delle nostre priorità interiori. Ciò che traspare in tutta la discografia di Izi è un perenne senso di difficoltà a scendere a compromessi con la realtà.

Questo costante contrasto rende il lavoro di Izi uno specchio perfetto del proprio io più profondo, per questo la prima domanda che faccio a Diego è di dirmi come stia.

“Potrebbe andare meglio” dice lui, “Al di fuori di quello che succede nel mondo, io sono in un periodo un po’ cupo, nonostante l’uscita del disco. Ci sono alcuni lati problematici della vita personale, quella fuori dai riflettori. Non sono sempre sui social, che spesso danno l’idea a molti che tutti gli artisti siano sempre ricchi e felici, ma quella non è la verità. Per fortuna la mia gente lo sa che non sono uno a cui piace la fama”.


Dicono sempre che lo stare male sia fondamentale per creare arte, ma non sono sempre convinto di quest’affermazione, quindi chiedo direttamente a Izi: “Quanto è stato importante questo stato d’animo nella creazione di questo disco?”.

“Questa musica per me è davvero terapeutica. Dev’essere ancora provata scientificamente l’importanza del curarsi tramite l’arte, la scrittura e altre forme d’espressione. La mia scrittura è un buttare fuori, un vomitare l’anima. Continua ad esserlo oggi, perché non riesco a schermare e trasmetto sempre come sto. Potrei dire che sto bene, ma io non sto bene. Si percepiva già in “Aletheia” e “Pizzicato” che Diego è una persona che combatte col buio. Leggendo i commenti delle persone, sembra che qui si senta meno, in realtà in “Riot” racconto molte storie tragiche, semplicemente non ho voluto dare loro un’immagine troppo cupa” mi dice lui.


Poi continua: “Ci sono tanti me dentro questo disco: quando mi va di scrivere una cosa, devo esprimerla. Adoro riprendere pezzi di millenni fa, ad esempio “Izi” di “Julian Ross Mixtape” nell’intro di “Riot”. Chi non conosce l’Izi dei primi dischi, si sorprenderà ascoltando “Riot”, perché secondo me torna molto di più il Diego dell’esordio rispetto a quello di “Aletheia”, “Fenice” e “Pizzicato”. Io sono contento di aver sperimentato di nuovo e di essermi sentito libero. Nessuno dei miei lavori è fine a se stesso: c’è sempre un motivo dietro a queste scelte, spero che prima o poi riuscirò a comunicarlo a tutti nella maniera più semplice e chiara possibile”.


Tra gli altri avvenimenti che hanno portato alla pubblicazione del disco, un particolare punto riguarda il momento in cui è stata pubblicata la tracklist, che delineava un approccio diverso al progetto rispetto ai precedenti, perché, per la prima volta, Izi aveva dedicato gran parte dei suoi brani ad aprirsi a collaborazioni, tutte inedite.


Tenuto conto di questo, gli chiedo come si sia approcciato a questo progetto e cosa avesse provato quando ha notato il feedback del pubblico a questa sua scelta.

“La gente chiedeva il perché di così tanti featuring, chiedeva dove fosse Diego, ma io ci sono. In questo caso ho voluto essere totalmente libero anche come direttore artistico, trascendendo il ruolo di artista” chiarisce Izi, “Ho voluto fare lo scienziato, mixando provette in laboratorio, senza sapere di preciso cosa uscisse, ma mi son divertito. La gente sembra che voglia che io stia male, che io sia depresso, ma io comunque ho tantissimi pezzi in serbo, tutti tra loro diversi”.

“Riguardo la struttura del disco, “Riot” per me è un mixtape, una raccolta, che comunque per me ha un concept super definito: “Riot” non è solo “Al Pacino” e “Matrix. Puoi percepire il concept soprattutto dal punto di vista creativo, perché ogni traccia ha un feat diverso e inaspettato, la produzione è curata da producers validissimi provenienti da tutto il mondo, con talenti e influenze completamente diverse l’uno dall’altro. Ecco dov’è “Riot”.” mi dice lui.

“Sono molto grato anche a ogni lavoratore della musica, fonico e ingegnere del suono con cui ho lavorato, perché a volte la gente se lo dimentica, e oggi se lo dimentica anche il Governo, ma io sono qui anche grazie a loro, che lavorano dietro le quinte”.

Conclude poi con un punto che ritengo focale: ““Riot” poi non vuol dire in alcun modo né violenza né sciacallaggio, non vuol dire spaccare le vetrine di Gucci o dei negozi, “Riot” sta per rivolta intellettuale. Così era anche in “Aletheia”, perché il mio messaggio è sempre un’estensione di ciò che ho sempre fatto. Non vedo molti cambiamenti in ciò che ho fatto: se riascolti “Kidnapped Mixtape” gli argomenti li affrontavo già ai tempi.

Mi dispiace chi si limita a dirmi “Comunista”, perché è un povero d’animo. Io non sopporto la politica, perché per me la politica deve avere alla base l’etica: dove non ci sono valori etici e morali, non si può parlare di umanità, mi dispiace. Allo stesso tempo, mentre non voglio avvicinarmi a quel mondo, mi rendo conto che chiunque di noi fa politica nel suo piccolo.

“Aletheia” vuol dire svelamento: per due anni sono stato legato al letto con la paura di non poter più parlare, e ora si è ripresentato questo terrore. La gente pensa che “Riot” sia distante da “Aletheia”, ma non è altro che una sua estensione. La verità, lo svelamento non arriva mai tutto in una sola volta, ma ti sorprende, per questo non poteva uscire “Aletheia 2”. La gente pensava non scrivessi più, nessuno sa che ho 500 pezzi nel computer, ma devo essere limitato nel pubblicarlo. Vorrei parlarne più spesso, perché ci metto tutto l’amore del mondo nel mio lavoro e vorrei che si riuscisse a comunicare tutto ciò che ho da dire".


Un aspetto da sottolineare del disco è che vive di citazioni. Il film “Frida” nell’intro ne è la rappresentazione perfetta: riportando il discorso all’arte e al suo rapporto con la società, Izi ci spiega il suo modo di vivere l’arte e la musica, ma gli chiedo di andare più a fondo, evidenziando il concept legante di tutto il disco.

Mi risponde: “All’interno del disco ci sarebbero stati anche altri messaggi, che purtroppo non sono riuscito a inserire, o l’intro restava quello che volevo davvero lasciare, perché mi rivedo in Diego Rivera, il marito di Frida, e quando ho visto il film mi sono ritrovato su moltissimi punti.

Ho voluto modificare le parole, anche perché volevo adattarlo alla mia vita.

Questo testo era perfetto per indicare ciò che per me è “Riot”. Un’altra frase per descriverlo è di Martin Luther King: “La rivolta è il linguaggio di chi non viene ascoltato””.


“Io sono avanguardista” continua “ma vorrei si capisse molto di più la storia e la storicità di quello che attraversiamo, perché mi sembra di rivedere guerre tra poveri e contrasti superflui, che ci danneggiano e basta. Non sarò tranquillo, finché non vedrò più comunicazione. Io sono umano e vivo nella società, quindi ne sono influenzato e non riuscirò mai a non parlare di queste cose senza portare addosso il peso che ne consegue.

A volte sembra che io voglia innalzarmi, ma in realtà quello che so è che in passato ho avuto delle visioni e ho ancora progetti mai usciti che testimoniano che parlassi di queste dinamiche anche anni fa”.


“Io non guardo mai gli altri, ma capisco come si possa sentire un personaggio come Kanye West.

Per me la principale dote degli esseri umani è e dev’essere l’empatia. Io ci muoio dentro l’empatia.

Tutta la mia musica proviene da un contatto con corpi e pensieri diversi e io vorrei parlarne sempre più” annuncia, per poi concludere: “Il rap per me è scienza, lo diceva anche Mistaman, il rap è fisica quantistica.

La sensazione è che canalizzando queste energie, si toccano argomenti inimmaginabili e si affronta anche se stessi. Questo però non vuol dire che così facendo si migliora e si sta meglio, perché io, dopo “Aletheia”, non sto meglio, ma peggio”.

“E cosa che è cambiato per farti sentire peggio?” gli domando io”.

Mi risponde: “È cambiato che io non ho più voglia di fingere e di tenermi cose dentro, mi piacerebbe evitare di fare svarioni su Instagram senza poi fare nulla di concreto, come ormai va di moda.

La gente non mi vede sui social perché non penso sia il modo per affrontare i veri problemi.

Io mi faccio tante, troppe domande, ma non mi va di dire che io stia bene, perché sento problemi fisici e metafisici, quindi ho un estremo bisogno di manifestarle. Non riesco a tenermele dentro e a volte sento di dovermi limitare, perché non ho le persone o gli spazi per parlarne appieno. Vorrei al contempo dare fatti, non parole. In “Aletheia”, tra le altre, una fonte di ispirazione fu la visione de “Il Pianeta Verde” di Coline Serreau, che mi colpì incredibilmente.

Il raduno di questi popoli in un altro pianeta, che vengono mandati su altri pianeti per verificare lo stato di avanzamento dei rispettivi popoli, ma nessuno vuole mai scendere sulla Terra, per una sorta di pregiudizio intergalattico nei confronti di un popolo così sottosviluppato come noi e anche perché l’ultimo a scendere sulla Terra fu Gesù Cristo, che non fece senz’altro una fine piacevole.


Ripudio la Chiesa come struttura e anche la religione in quanto impone regole e non risolve, ma apprezzo moltissimo le metafore. “Aletheia” viene dall’immagine di mille film, e altrettanto è stato per “Riot””.

L’isolamento può essere fonte di grande ispirazione: ricordo che una delle frasi più famose di Pasolini è proprio: “La mia indipendenza, che è la mia forza, implica la solitudine, che è la mia debolezza. La mia è quindi una indipendenza, diciamo, umana. Un vizio. Non potrei farne a meno. Ne sono schiavo. Non potrei nemmeno gloriarmene, farmene un piccolo vanto. Amo invece la solitudine. Ma essa è pericolosa”.


Forte di quest’affermazione, chiedo a Diego come descriverebbe il suo ruolo all’interno della scena oggi. "Personalmente non voglio farmi toccare da giudizio, pregiudizio. Non voglio farmi toccare da questa storia dell’avere il cazzo più lungo di quell’altro, perché mi sono rotto i coglioni” dice senza pensare due volte.

“Purtroppo a volte mi ritrovo appesantito da questo flusso di informazioni spesso controproducenti, che nascono dai social e dal conseguente vociare in primis di addetti ai lavori e poi del pubblico in generale. Io voglio fare il mio e collaborare con gli altri in maniera disinteressata, libera. Spesso è tutto molto più complesso di come appare.

Se una volta ai ragazzini che si affacciavano al rap dicevo di buttarsi, ora dico loro di stare attenti, perché è un mare di squali ed è limitante la frase “More money, more problem”, perché i problemi sono molti di più. È comodo pensare che gli artisti siano tutti ricchi, e non è affatto così, perché la maggior parte di quell’immagine è un’illusione, perché c’è qualcuno che riesce a fingere in tutto e per tutto. Io non sono avverso a nessuno, se non all’incoerenza e alla falsità”.


Allora gli chiedo: “E che consiglio daresti a un emergente di oggi? Qual è il tuo proposito per il futuro della carriera?”.

“Direi in primis di strainformarsi senza farsi abbindolare da interessi altrui e di fare ciò che uno si sente, io ho sprecato tanta arte e mi sento vuoto” risponde subito lui “Dopo un po’ di tempo che vivi in mezzo a energie negative, il tasso di stamina, come in un videogioco, diminuisce, ma io voglio tornare e voglio farlo come il bambino magico, perché so che, anche se in bilico, ancora c’è. L’unica cosa che so è che vorrò essere sempre più indipendente, vorrei parlare sempre più di quello che ho dentro. Te ne parlerei, ma non saprei da dove iniziare, perché non riesco a spiegare a parole, ma solo nei testi e nei video, quelli sono gli unici mezzi con cui riesco a esprimermi davvero. La parola a volte non basta”.


La nuova scuola di Genova è divenuta forte perché varia: il mondo di Drilliguria e di Wild Bandana ha avuto un profondo impatto sul mondo discografico di oggi. Con il passare del tempo  tutti loro hanno creato una propria attitudine e un proprio suono identificativo, ma che rapporto hanno ora con Genova?

L’ho chiesto direttamente a Izi, chiedendogli anche di raccontarmi come si sia avvicinato al rap.

“Genova mi manca tantissimo, soffro molto, mi manca la natura, perché a Milano soffro il troppo artificiale. Avrei bisogno di più spazio e ossigeno” ammette lui, poi riprende: “Mi son avvicinato alla scrittura scrivendo poesie, poi ho iniziato con i primi testi, senza capire come si facesse. Ascoltavo i primi pezzi di Eminem, 50 Cent e mi traducevo i testi. Un regalo di mia madre che sembra banale, ma che per me fu fondamentale, un doppio CD di Eminem, “Marshall Mathers LP” e “Curtain Call”.

Il suo liricismo con il tempo è diminuito e non lo ascolto come una volta, , ma ai tempi era incisivo. Ho iniziato così, con una magia che non c’è più: fino a poco tempo fa la penna si poggiava sul foglio, e non ero io a scrivere. All’inizio era tutto più condiviso, più solidale.

Era l’uomo che usciva dalla caverna di Platone e si stupiva del sole vero, sapeva che non si sarebbe mai più accontentato e fidato delle ombre riflesse all’interno. Al campetto conobbi Marietto, Tedua, che era uno dei pochi che rappava.


Pian piano scoprii che ero forte nella scrittura e nelle sensazioni. Il rap era la forma che mi piaceva di più, tra tutte le forme d’arte che conoscevo.

Quando vedi “Guernica” di Picasso è così, è d’impatto. Io vivo a immagini e dentro le immagini. Non credo di poter cambiare niente e nessuno, ma posso portare la mia visione, facendola conoscere alle altre persone”.


La comunicazione è sempre bilaterale, per questo spesso nascono compromessi e incomprensioni. “Hai mai paura che questa comunicazione possa non essere compresa?” gli domando io.


“Ovviamente è difficile che venga compresa appieno. La responsabilità è sempre da due lati, perché a volte è difficile esprimere queste sensazioni. Solo le persone aperte e empatiche possono comprendere appieno ciò che intendo” dice lui sfinito.

“Io sono stanco anche per questo, perché vorrei farmi capire meglio, di più, ma mi sforzo per questo sempre di più. Quando esce un singolo, mi rendo conto che quello non è un singolo, ma un pezzo di vita e di me. È una necessità vitale. Delle persone mi spaventa la superficialità generale. Io non ho una soluzione, ma molto spesso mi sento limitato nella mia espressione”.


“Domanda veloce” lo incalzo “Traccia preferita e perché?”.

“Una di quelle che sento più mia è “Al Pacino”, perché mentre stavo scrivendo quelle parole stavano avvenendo tutti gli eventi che negli ultimi mesi hanno scosso il mondo. Sono molte le cose personali che non sono state colte.

Queste tracce hanno tutti colori diversi, ma le sento tutte mie”.

Ascolta qui "Al Pacino":


Poi si sfoga: “È ovvio che questo disco non è “Aletheia”. Anche perché non puoi stare sempre a seguire ciò che ti dicono gli altri: quando uscì “Aletheia” tutti rompevano il cazzo che era troppo profondo, ora invece troppo banale, quindi alla fine io vorrei solo liberarmi.

Fare un disco è sempre un riflesso di quello che sono. In un anno è cambiato moltissimo e l’impatto di alcuni eventi mi ha cambiato drasticamente, quindi ho un’altra misura per dire determinate cose, perché tra i miei dubbi, i miei drammi, sono un altro”.


Nei suoi dischi Izi evidenzia molto spesso la difficoltà di trovare persone che si rapportino a lui in maniera disinteressata, ma tutto si ricollega al successo e al modo in cui trasforma le realtà che ci circondano.

“Faccio fatica a comunicare e a fidarmi di persone e situazioni, soprattutto quando mi devo fidare nell’ambito rap vedo troppe parole e pochi fatti e tanta approssimazione” mi spiega lui: “Ora come ora, non ho problemi con nessuno, ma mi piacerebbe un po’ di più la leggerezza e l’arte che c’erano prima. Non riesco a andare in studio solo con la volontà di fare bella musica”.


Una parte di queste difficoltà si racchiude in una satira che Diego fa del processo di crescita degli artisti in Italia, che secondo lui si sviluppa sempre nello stesso modo e nelle stesse modalità.

In “Flop” Diego evidenzia un processo di crescita del pubblico: “Devi andare al top, poi restare in top ten, passare al pop e dal pop poi prenderlo in culo perché siete in troppi e se non floppi non hai un futuro”.

Gli ho chiesto di motivarmi quest’insofferenza e questa scelta di contenuto. “È una mia scenetta satirica, ironica, ma allo stesso tempo voglio far capire che ci sono questi fattori in determinate situazioni e che queste indicazioni influenzano l’umore degli artisti. Ognuno ha le proprie esperienze e i propri problemi, non si possono giudicare tutte le persone allo stesso modo, perché rischi di fraintendere e sbagliare” mi spiega lui.

Dopodiché esprime un desiderio: “Vorrei che fosse più come in America, dove può esistere un Kendrick e al contempo esistere un Lil Pump.

Qui sembra che per fare successo l’iter debba essere sempre lo stesso.

La responsabilità è sempre del pubblico, ma io non voglio essere un fantoccio che deve per forza seguire la via degli altri”.

Ascolta qui "Flop" di Izi:


Un altro leitmotif fondamentale della narrazione di Diego si ricollega alla sua famiglia, spesso nominata in ogni progetto dell’artista. “Che rapporto hai con loro e cosa ne pensano della tua musica?” gli chiedo io. “Ti dico solo che è uno dei più grandi problemi al momento” ammette lui. “Sto cercando di risaldare il rapporto, pulirlo, e non è facile. Io sono cresciuto nel fondo, nella merda, e purtroppo certe cose non riesco a scordarmele o fare finta che non esistano, perché vorrebbe dire rinnegare la mia famiglia e non ce la faccio.

Non riesco a dirti di più, perché è una delle situazioni che mi pesano di più in questo momento”.


Le guerre interiori sono sempre esistite nel mondo di Izi, lo capisci dal modo in cui parla e analizza la propria psiche.

C’è profondità, maturità e volontà di esprimersi appieno. Ricordo la chiusura di “Zorba”, ultima traccia di “Aletheia”, che recita: “Il più grande errore è credere che l’uomo abbia un’unità permanente, un uomo non è mai uno, continuamente egli cambia, raramente rimane identico, anche per una sola mezz’ora. Ordinariamente l’uomo vive semplicemente seguendo il flusso, non è semplicemente addormentato, è completamente morto. Pochi esseri umani hanno un’anima, nessuno ha un’anima alla nascita, l’anima va acquisita: coloro che non ci riescono muoiono”.

Ascolta qui "Zorba" di Izi:

L’ho detto in apertura: Izi sembra unire in sé il proprio passato, il proprio presente e il proprio futuro, ma come si può conciliare quello che si è con quello che si sarà, cercando l’anima e al contempo rimanendo stabili nel corso delle proprie lotte interiori?

Passano più di 10 secondi da quando finisco la domanda, poi Izi, con la piena coscienza di chi conosce la propria mente, mi dice:

“La mia musica è la guerra tra questa dicotomia, tra ciò che ci spinge verso l’alto e ciò che ti fa rimanere ancorato a terra. Però bisogna dire che la guerra di queste due diverse forze non deve mai negarci la ricerca della luce, l’illuminazione”. Un altro attimo di pazienza, poi percepisco un sorriso di solidarietà attraverso il telefono: “È da stupidi pensare che esistano solo il bianco e il nero e che uno sia il bene e l’altro il male. Mentre tendi al superiore, alla luce, non devi mai dimenticare le tue radici, che sono nell’oscurità. Noi siamo come alberi: nonostante apparentemente sembriamo entità diverse, in realtà le nostre radici si toccano. È questa solidarietà che ci può salvare. Nient’altro”.

Ascolta qui "RIOT" di Izi:

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Autore:
Federico Maccarrone
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