Interviste

Il rap inglese è il futuro, ma Rasty Kilo già lo sapeva

L'intervista al primo rapper che ha intuito le potenzialità del rap UK.

Articolo di
Federico Maccarrone
on
28
-
01
-
2021

Quando diamo meriti di avanguardia alla nostra scena nazionale, dobbiamo andare a vedere chi aveva intravisto prima quello che stava per succedere al di fuori del nostro paese. Ed è giusto dare i meriti a chi aveva colto quale piega avrebbe preso il rap mondiale.
Per questo motivo, abbiamo deciso di fare una chiacchierata con Rasty Kilo, che in tempi non sospetti aveva già mostrato appieno la sua influenza e la sua attrazione verso la musica d’oltremanica.
Rasty, in particolare, ha intercettato il filone del grime e ha tentato di svilupparlo anche in Italia, per poi muoversi verso altri lidi, sviluppando altri stili.

Quando gli chiedo di ripercorrere il periodo dal 2015 a oggi, lui mi dice: “Nel 2015, a parlare di rap, io avevo la mente altrove, mi concentravo di più su ciò che accadeva all’estero rispetto a ciò che succedeva in Italia. Io amo questa merda da quando ero ragazzino, ci sto così sotto che potrei definirmi uno studioso così attento da essere quasi nerd” e scoppia a ridere, dicendo: “Penso che più nerd di me in questo ci siano solo Ciro Buccolieri e Guè Pequeno. Solo loro due sanno più di cose di me”.

“Parlando di rap, però, nel 2015 io mi ascoltavo Lacrim, ero in fissa con la scena francese e ascoltavo Booba, Kaaris. Ero attratto da quell’immaginario.
L’anno prima avevo pubblicato “Molotov”, che ad oggi non reputo essere il mio primo disco, quello cui sto lavorando ora sarà il mio primo disco, perché ora sono io al 100%, mentre “Molotov” era ancora una versione ancora immatura di me.
Dopo “Molotov”, è arrivato il singolo “Favelas”, il cui video è fatto con i miei amici, con la mia gente. Non c’è finzione, non c’è nulla. Abbiamo rischiato davvero in situazioni incredibili. Quando è uscito il video, però, mi hanno distrutto di insulti, dicendo che ero fake, finto, anche se oggi quella traccia è un mezzo culto e la gente non me ne riconosce il merito” conclude.

Guarda qui il video di "Favelas":

“Il problema sta alla base” mi dice lui “In Italia non è compreso il gangsta rap, perché si pensa che il gangsta rap voglia dire che vai a sparare a una persona. Ma non è questo. Vuol dire invece che racconti situazioni alternative, diverse rispetto a quello che raccontano gli altri”.

Al che gli chiedo che ricordo porti di quel periodo del 2015 e Rasty mi risponde: “”Favelas” l’ho registrata in studio con Charlie Charles e Sfera, che sapevo già fossero fortissimi, così come la DPG dopo e Rondo ora. In Italia si arriva sempre dopo, ma io li ho visti crescere e sapevo che avrebbero spaccato”.
Dopo ammette: “Quando la Dark fece “Crack Musica”, mi son detto: “È arrivata Atlanta a Roma”. Io questo lo capisco, perché amo questa merda”.

Poi continua: “Per spaccare devi raccontare la verità, e la verità delle persone la capisci guardandole in faccia. Se tu rappresenti te e non qualcun altro, a me va bene: l’importante è essere vero”.

“Quando uscì “Favelas” io ci rimasi male: in Italia non c’è credibilità per chi sta davvero in strada, perché ci sono tanti buffoni che ci hanno marciato sopra.
Sono dovuto andare bevuto un anno e mezzo per far capire a tutti che ero vero, ma ti rendi conto?” mi confessa “Per il resto “Favelas” era una figata, il beat di Low Kidd mi piace ancora oggi. Da lì ci sono stati Sfera, Ghali, la Dark e tutti gli altri, che sono stati i primi pischelli che hanno fatto capire a tutti che si potevano fare i soldi e arrivare a tutti”.

E qui arriviamo alla scelta di intraprendere la strada dell’influenza inglese: “Quell’anno la scena era satura di trap” mi dice: “poi la Dark uscì con “Crack Musica”, che per me è uno dei più grandi mixtape della storia italiana. Al primo posto dei mixtape mettiamo “Fastlife 2”, al secondo “Best Out vol. 1” e al terzo “Crack Musica”. Quell’anno non c’era bisogno di un altro che rappava sulla trap”.
“Quando avevo 20 anni, volevo ascoltare solo il rap americano, ma quando sono cresciuto ho cominciato a apprezzare il rap francese e mi son innamorato di quello inglese con Skepta. Tutto questo è successo nell’anno in cui la grime è divenuta un fenomeno mondiale. Quell’anno tutti, da Drake a Kanye West, hanno approfittato di quel genere”.

Aggiunge allora: “Quando ho sentito “Shutdown” mi sono chiesto “Ma questo chi cazzo è?”. Io reagisco così quando scopro un nuovo artista che mi colpisce e vado in fissa, fino ad ascoltarmi tutto ciò che ha pubblicato. È successo anche con 21 Savage nel 2016: non dormii per due settimane. Da lì ho cominciato a ascoltare Skepta, Stormzy, Wiley, JME e tutti gli altri”.

Ascolta qui "Shutdown" di Skepta:

“Mi ero fissato con quella roba. Una sera stavo con Noyz e Sine e dissi che mi piaceva la grime e che volevo iniziare a farla in Italia. Al che Sine mi fa: “Sai chi devi sentire? Stabber, lui sta in fissa”.
Non è servito altro: quando ci siamo beccati abbiamo registrato “Terror”.

Ascolta qui "Terror":

Al che, con un velo di rammarico, mi dice e ammette: “Dopo che ho fatto le prime tracce grime, mi son reso conto che l’Italia non c’era. Avevo altri pezzi, ma non sono mai usciti. Una settimana prima che andassi bevuto ho scritto la prima strofa di “Spari e Preghiere”. Dopo tanto scrivevo su un pezzo rap. E lì ho capito: non dovevo chiudermi in un sottogenere, io non faccio grime, non faccio trap, io rappo. Nel momento in cui devi fare un disco non puoi chiuderti in un sottogenere, perché devi variare. Risentendo il mio grime, mi rendo conto che è un fenomeno UK, non mondiale, e l’accento e la voce non posso replicarli. Dopo è arrivato “Black Block” e lì sono stato arrestato”.

Quando gli chiedo quale sia stata l’ulteriore evoluzione che ha visto nel rap inglese, mi risponde: “Il fatto che il grime sia un sottogenere è anche un motivo per cui è venuto meno nel corso del tempo.
Rappare sopra il grime è difficile: Skepta ha aperto un mercato.
Forse la UK drill è l’evoluzione del grime: quando stavo ai domiciliari, ho cominciato a ascoltare la scena inglese e sono cominciati a uscire personaggi come i 67. Su questo spezzo una lancia a favore di mio fratello Skinny: i 67 sono il primo gruppo della UK drill. Uno di loro ha una maschera perché se esce dal suo quartiere e lo riconoscono lo ammazzano, ma Skinny li ha portati sul palco del Clash di Red Bull con le maglie del Milan” e scoppia a ridere.

Ascolta qui "On Tour" di Night Skinny con i 67:

Poi chiarisce: “Ci sta la drill di Chicago di Fredo e Chief Keef, chiamata anche Glory, poi c’è la UK drill e la UK drill fatta da Brooklyn, come quella di Pop Smoke e Fivio Foreign.
Quando c’è qualcosa di realmente nuovo, lo capisci dall’impatto che hanno. Quando uscii il pezzo dei 67 con Giggs bestemmiai, perché era assurdo, qualcosa di totalmente diverso. Quando ho fatto “Vuoi parlarmi di cosa” era un tentativo di drill, ma non basato su Pop Smoke come fanno tutti oggi, ma su quella UK drill iniziale. Avevo anche un pezzo sulla linea della drill UK, “Ora del buco”, ma mi son detto: “Voglio davvero richiudermi di nuovo in un sottogenere?”.

Ascolta qui "Vuoi parlarmi di cosa" di Rasty Kilo:

Arrivati alla fine di questa evoluzione, mi viene impossibile non chiedergli cosa sia successo da quando fosse uscito dai domiciliari: “Quando sono uscito dai domiciliari, son stato peggio, perché il genere era esploso, ma io ero rimasto indietro.
Il mio anno ai domiciliari è stato l’anno della svolta per il rap, del successo e dei soldi veri per il genere. Quando sono uscito, Skinny mi ha detto “Vattene via, non restare qui”. Io non capivo, ma aveva ragione. Avevo molte tracce pronte, ma il mercato era già saturo, quindi era inutile pubblicarle, quindi ho preferito rinascere. Ci ho messo due anni per rimettere in sesto la mia vita. Faccio un pezzo ogni due giorni, ho troppe tracce pronte”.

E conclude il discorso dicendomi: “In Italia il pubblico è ignorante, segue il rap e la trap perché sono divenuti pop, sennò non se lo ascolterebbero. Quando sono triste, mi riguardo l’intervista di Guè, che dice dall’inizio di fare i dischi senza pensare all’Italia. Non so se la mia carriera inizia qui, ma questo che arriva è il mio primo disco”.

Non si dilunga però su altri dettagli, chiedendomi di aspettare qualche tempo, perché presto tornerà a far parlare la musica.
Noi non possiamo far altro che attendere, ma nel mentre vi lasciamo qui sotto il suo featuring nel disco di LX, uscito una settimana fa:

Ringraziamo Rasty Kilo per la disponibilità.

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Autore:
Federico Maccarrone
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