Estero

Fedez ha parlato dell'evoluzione dello streetwear in Italia

I ragazzi di Barengo Streetwear hanno avuto il piacere di incontrarlo e di vedere la sua collezione.

Articolo di
Camilla Castellan
on
31
-
07
-
2019

Felpe sportive e sneaker sono diventate oramai il marchio di fabbrica della nostra generazione; tutto quello che è comfy abbatte ogni identità di genere e unisce per la chiara espressione d’intenti: il tessuto si fa schermo vivo tra corpo e contesto, ci presenta al mondo.

Se prima la scelta di indossare determinati brand era da ricondursi agli HH addicted, oggi il pubblico che ne fruisce è molto più ampio e le collaborazioni con marchi sartoriali di prestigio – italiani e non - hanno portato lo streetwear ad imporsi sul mercato come un vero e proprio trend.

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‍I numeri

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Ad inizio anno l’Osservatorio Non Food di GS1 Italy, in collaborazione con TradeLab, ha analizzato come per gli italiani sia cambiata la spesa in generi di consumo non primari ed ha evidenziato l’aumento dell’acquisto di articoli sportivi per un valore di quasi 6 miliardi di euro, dei quali il 36,3 % per lo più in calzature e accessori annessi (calze sportive, prodotti per la pulizia).

Tra i canali di maggiore vendita - oltre agli shop fisici - il più rilevante è sicuramente quello dell’e-commerce dove la presenza di capi sportivi marchiati Nike, Adidas e Reebok, già conosciuti a grande scala, ha incuriosito e dato vita ad un mercato settoriale di vera e propria ricerca.

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‍Il concept di marchi come You Need This Shit, Burton e Stussy

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Dire streetwear significa solo una cosa: California; e se non vogliamo sentirci parte di un episodio crossover di OC, piĂą in generale possiamo dire subcultures.

Questo era il mood dei primi capi sportivi che negli anni ’80 popolavo la west coast, tra skater e surfer; tutto inneggiava alla libertà e all’indipendenza, era qualcosa di sovversivo e anti-convenzionale che conduceva allo sperimentare anche attraverso il proprio corpo, il che richiedeva quindi un abbigliamento comodo sì, ma non privo di personalità.

In Italia questa necessità arrivò più tardi tramite lo skateboarding e nei primi negozi avanguardisti iniziarono ad apparire marchi come Volcom, Stussy, BillaBong e Mishka.

Nessuno all’epoca avrebbe immaginato che gli anni a seguire sarebbero stati la rivincita delle t-shirt destinate alla piazzetta, dei jeans slavati e delle suole consumate dalle cadute.

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Mishka, lookbook del 2012.

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Dalla nicchia alle passerelle: Palm Angels, Iuter e Supreme

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Scrollataci di dosso l’idea che lo street dovesse essere relegato ad occasioni d’uso informali, il casual ha assunto una connotazione totalmente diversa entrando a far parte dell’industria della moda a pieno regime.

Ideato dall’estro italiano e arrivato in passerella, primo fra tutti c’è sicuramente PALM ANGELS; nato dal designer milanese Francesco Ragazzi (già direttore artistico di Moncler) e apprezzatissimo anche oltre oceano, fa coesistere elementi, fantasie e colori che richiamano senza ombra di dubbio i paesaggi della mitica città degli angeli.  

Ad alimentare l’ispirazione del creativo interviene anche la musica e a dichiararlo è proprio lo stesso Ragazzi in un’intervista fatta da Billboard Italia l’anno scorso: «Quando devo creare una nuova collezione disegno con l’idea di finire in un video o in un concerto.

La musica è una passione ma soprattutto un’ispirazione: per me è molto importante che i miei capi siano indossati da musicisti. Il primo a farlo è stato A$AP Rocky e da lì in poi è stato un crescendo. Le mie tracksuit sono sicuramente il capo più amato dai rapper».

Altro brand 100% made in Italy che vanta collaborazioni degne di nota è IUTER: sul mercato dal 2002 e strettamente connesso alla realtà urban meneghina nel 2017 – per celebrare i quindici anni di attività – ha creato una capsule limitata con due testimonial d’eccezione: Sfera Ebbasta e Rkomi.

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Fedez e l'evoluzione dello streetwear

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Per quanto la nostra penisola possa vantare di menti brillanti e sia ancora oggi uno dei centri nevralgici del settore a livello mondiale, lo streetwear non può negare l’ancora forte legame con la realtà americana.

SUPREME è forse il marchio che per eccellenza incarna il concetto di basic diventato high brand: dalla scelta dei capi alla vendita stessa (release di soli 10/15 pezzi, drop venduti online ogni settimana il giovedì alle 11:00, ora americana) tutto è fortemente riconoscibile, unico.

Vittima consapevole della box logo più famosa al mondo è FEDEZ, che per il progetto di James Jebbia nutre una vera e propria passione.

I ragazzi di Barengo Streetwear – il canale YouTube diventato virale per il format “Quanto costa il tuo outfit? – hanno avuto il piacere di incontrarlo e di vedere la sua collezione personale: fra concept t-shirt, collaborazioni con Versace e prototipi, ha raccontato quando valore sentimentale ed esperienziale può esserci dietro l’acquisto di un capo d’abbigliamento.

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Autore:
Camilla Castellan
Batto tasti qua e lĂ  nell'hinterland milanese. Il piu delle volte a farlo sono i miei alter ego.
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