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CoCo e il suo viaggio dall’acquario all’oceano

L'intervista di CoCo, che ci ha confermato di nuovo perché sia uno degli artisti più interessanti del panorama attuale.

Articolo di
Federico Maccarrone
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2020

Se ripenso a quando incontrai CoCo, circa un anno fa in occasione dell’uscita di “Acquario”, ero rimasto stupito dalla purezza dei suoi intenti e del suo perfezionismo: tutto doveva essere perfetto in quel momento e, con il senno di poi, quel disco è un piccolo gioiellino nel panorama musicale dell’anno scorso.


Conscio di questo ricordo, sono rimasto sorpreso quest’anno, quando ho sentito un CoCo così consapevole di quello che può fare e di dove può arrivare, ma finalmente deciso a immergersi in un oceano e abbandonare il suo acquario.

Gli presento quest’osservazione e lui scoppia a ridere, ma cogliendo proprio questo punto gli chiedo: “Che è successo in questo anno? Perché ho la sensazione di parlare con un altro CoCo?”.


Lui ride, poi mi dice: “La mia carriera ha preso una direzione, ho fatto un primo tour, che poi mi è stato stroncato da inizio pandemia” si interrompe e ride. “Però mi son tolto delle belle soddisfazioni. Ho fatto delle cose che volevo fare da anni, come avere un live tutto mio. Ho fatto le prime prove, sentito le prime ansie pre tour, mi son stabilito a Napoli. Fino a febbraio è stato un bell’anno, con una crescita graduale, concreta e costante. Resto positivo verso il futuro” conclude.

“Eppure sento qualcosa di diverso: quanto è cambiato il tuo approccio alla musica e quanto ti senti cresciuto da “Acquario”?” gli chiedo.
“Mi sento più sicuro di me dal punto di vista artistico” mi dice lui con convinzione. “Sono sempre più convinto della mia strada, della mia identità sonora, del mio linguaggio” continua, “Da questo punto di vista mi sento più maturo e sicuramente la musica lo riflette”.

Eccolo qui il punto: la fiducia in se stessi, la coscienza di ciò che si può e si vuole fare.


Muhammad Alì diceva che “I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall'interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere resistenza fino all'ultimo minuto, devono essere un po' più veloci, devono avere l'abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell’abilità.”


CoCo ha ora una volontà, che si esprime in maniera molto più istintiva e diretta rispetto a prima, ma un anno fa ricordo che mi disse che per lui scrivere era difficoltoso, perché cercava continuamente la perfezione, quindi gli chiedo: “Nella nostra scorsa intervista, hai detto che lo scrivere per te è doloroso, ma la scrittura di questo disco sembra molto più istintiva di “Acquario”. Com’è cambiato il tuo modo di scrivere e di creare musica?”.


Lui ci pensa un attimo e mi dice: “In realtà faccio fatica a definire “Floridiana” il mio nuovo disco. Questo per me non è il secondo disco ufficiale” ammette “Era nato come un EP che doveva uscire a fine maggio, ho detto di aspettare un altro po’, perché pensavo che la situazione sarebbe migliorata. Poi alla fine ho continuato a fare pezzi. Non mi andava di chiamarlo mixtape, perché la gente lo avrebbe preso sottogamba. È più un demo tape” conclude. Poi riprende: “Rispetto a come lavoro a un disco, che solitamente strutturo in maniera meticolosa, con molta attenzione a tutti i dettagli, questo è stato preso molto più alla leggera. Voleva essere più una compilation più che un vero e proprio disco. Non lo vivo come un disco, ma è una sfida: voglio vedere se riesco a vivermi le cose in maniera molto più spensierata e vedere se possano avere un effetto”.

“E la differenza è anche a livello di scrittura o di processo creativo?” chiedo io.


“Sicuramente” mi dice “Le tracce sono nate più o meno nello stesso modo. Sono uno di quegli artisti che fanno un po’ di fatica a scrivere su una produzione, senza andare in studio e vivere quel mood. Dall’inizio voglio essere presente durante tutta la produzione e l’idea della melodia, poi magari scrivo a casa, ma devo fare così” conferma lui. “In questo disco D-Ross e Sara (Startuffo) sono meno presenti, perché è nato in un momento particolare.

La maggior parte del disco è nata in studio da Fedele, il mio dj: proprio perché non c’era la velleità di voler fare un disco ufficiale, ho voluto dare anche a lui la possibilità di essere presente durante la creazione e darmi una mano con delle sonorità che Ross non ha, perché è un musicista e ha una propria visione su alcune cose. Fare qualcosa con Fedele che arriva più dal rap è stato un tassello importante.” conclude lui.

Al che confesso: “Una delle mie tracce preferite è “Nessuno sa”. Mi racconti come è nata? Ti sei mai pentito di aver perso o rinunciato a qualcosa per arrivare fino a qui?”.


Lui si prende un attimo per ragionarci, poi esordisce: "Questo è un mio sfogo personale su una mia esperienza passata. Una delle mie relazioni è stata con una ragazza più grande di circa 7 anni” un altro attimo di pausa, poi riprende: “All’epoca muovevo i primissimi passi nel mondo della musica. Era un periodo un po’ difficile, perché io volevo fare musica, ma sentivo che lei, con cui sono stato quattro anni, non riusciva a capirmi appieno. Molte sue frasi mi hanno colpito, ma in particolare una mi ha spronato a scrivere questo pezzo: una volta stavamo a cena e io non avevo i soldi per pagare, lei mi ha detto: “Al mio fianco voglio un uomo, non un bambino che non può permettersi neanche di pagare una cena o fare un viaggio, solamente perché sta inseguendo il suo sogno. Dovresti svegliarti, andare a trovarti un lavoro serio”. Questo pezzo è nato ripensando a quelle sensazioni”, mi dice lui con un po’ di rammarico.

Ascolta qui la studio performance di "Nessuno Sa" nel nostro Esse Lyrics:

È una dinamica che vedo spesso quella dell’incomprensione artistica e delle rispettive esigenze, penso che sia una pratica abbastanza diffusa nel nostro mondo, quindi gli chiedo se ogni tanto viva ancora questo senso di incapacità di essere compreso da parte degli altri.


“Purtroppo sì, ti dico la verità” mi dice lui senza lasciarmi finire la domanda, “Io sono ancora quello che non dice quello che fa: quando conosco persone nuove, che non fanno parte del mio ambiente, è raro che io dica che faccio l’artista, perché ancor oggi nel 2020, quando dici che fai musica, che fai l’artista, sembra sempre che tu sia un alieno, un sognatore.

Sembra ti dicano: “Poverino, fa l’artista”. Spesso dico che ho dei business in Inghilterra e parallelamente faccio anche musica” e scoppia a ridere, poi ammette: “Purtroppo ho capito che cambiare certe correnti di pensiero è impossibile. Una volta avrei combattuto, ma oggi mi scoccio, lascio perdere.


In Inghilterra o America, quando dici che fai qualcosa di artistico, l’impatto e la reazione sono totalmente diversi, perché c’è un reale interesse. Mi son trovato spesso con persone che fanno i creativi e si presentano in maniera diversa, perché c’era volontà di mettersi in gioco. Qui sembra sempre che quando dicono “Che bello!” in realtà provino pena. Basta vedere come stanno trattando tutti i rappresentanti della cultura artistica: è palese vedere che importanza abbiamo per l’Italia”.

“Tra gli altri punti che abbiamo affrontato, mi dicevi che sei diventato man mano più sicuro della tua musica e della tua arte. Come è avvenuta questa maggiore coscienza delle tue capacità? Quanto è stato importante il feedback di “Acquario”?” gli chiedo io.


“Beh” inizia lui “sicuramente il feedback di “Acquario” è stato fondamentale, io avevo bisogno di conferme. Arrivavo da un grande stop, quindi “Acquario” è stato il mio primo e vero lancio nell’industria. Fare una doppia data sold out a Napoli mi ha dato una grande spinta, perché, nella scena partenopea, forse sono uno dei più piccoli, ma nessuno ha ottenuto un risultato del genere”. Si interrompe, pensa un attimo e poi mi dice, con un leggero sorriso che traspare anche dal tono di voce: “Magari non sono il fenomeno del momento, ma penso di avere una base solida alle spalle. C’è gente che si emoziona con me, che mi segue e che mi ascolta e per me non potrebbe esserci cosa più importante. Questa cosa mi ha dato molta fiducia”.

Cerco allora di entrare ancor più nel disco e nel suo flusso: “Tu che sei un perfezionista: qual è la tua traccia preferita del disco?”.


“Forse “Eredità”” mi dice lui, “Eredità” è stato uno degli ultimi pezzi che ho scritto, però ci tenevo a fare qualcosa di più rap, perché mi mancava il rap, che è sempre il mezzo migliore per esprimersi. Con le melodie, per far suonare le cose bene, molto spesso devi limitare i pensieri, le riflessioni. Luchè ha messo la ciliegina sulla torta: son molto legato a quel ritornello, perché lo vedo come una dedica nei miei confronti e mi sono emozionato. Ci tengo moltissimo a questo pezzo. Con questo progetto volevo fare quello che in “Acquario” non ero riuscito a fare”.

Ascolta qui "Eredità" con Luchè:

Mi fermo un secondo e rifletto, poi gli chiedo cosa mancasse in “Acquario”.


Lui ammette la mancanza di “Acquario” con la consapevolezza di chi ha riflettuto a lungo su ciò che sta per dire: “A me piacciono tante cose diverse. Forse in “Acquario” mancava una matrice, una venatura urban, e questo progetto voleva essere proprio un ritorno a quello che è il mio mondo, quello più rap. Era una questione personale.
Con il rap posso esprimermi appieno, come in un flusso di coscienza”.

Altro argomento fondamentale: i feat, che sono perlopiù inattesi, a parte l’ormai rodata collaborazione con Luchè. Gli dico quindi: “Gli ospiti del disco sono artisti con cui non avevi mai collaborato ufficialmente: a cosa è dovuta questa scelta inedita?”.


“Non per disrespect, ma, fosse per me, non farei feat nei miei dischi” mi dice ridendo, “Tutti i miei pezzi sono molto miei, molto personali, quindi faccio fatica a immaginare qualcuno su un mio pezzo. Poi i featuring sono necessari e son belli, perché creano connessioni nuove. Volevo includere persone con cui non avessi mai collaborato, ma che avessero un proprio stile, un proprio mondo” mi dice.

Tornando a qualche anno fa, ai tempi di Roccia Music, ricordo che CoCo, insieme a Luché, erano sempre divisi tra Londra e Napoli, portando avanti diversi business in tutte e due le città. Oggi CoCo mi confida di essere molto più incentrato su Napoli e sulla sua vita qui in Italia. Al che gli chiedo a cosa sia dovuta questa scelta.


“Io e Luca abbiamo ancora la nostra pizzeria lì a Londra, ciò che è cambiato è che mi sono impegnato ancor di più nella musica” mi dice lui con semplicità, “Per forza di cose son dovuto venire qui. In primis qui a Napoli si suona moltissimo, e era un po’ casino fare avanti e indietro” e scoppia a ridere.
Poi torna serio e riprende: “A Londra negli ultimi due anni mi stavo un po’ alienando, perché la situazione era un po’ difficile. Ne stavo parlando anche con Luca (Luchè ndr.), a volte sento un po’ la mancanza influenze diverse come quelle che avevamo a Londra”, un attimo di pausa e poi mi dice: “Sia io sia lui, stando a contatto con certe realtà diverse tra loro, trovavamo l’ispirazione e capisco che questa mancanza possa cadere anche sulla musica. Questo mi spaventa, perché ho paura di guardarmi troppo intorno in Italia.
Vivere lì e conoscere alcune persone era importante, perché mi stimolavano nella musica”.

“Quegli stessi stimoli riesci a ritrovarli qui in Italia?” gli chiedo io.


“A volte sì, ci chiudiamo nel nostro mondo, nelle mie amicizie. Napoli, vissuta come la vivo io, è bella, perché ho il mio studio, le persone con cui collaboro, la mia dimensione. A volte non è facile trovare persone con cui instaurare dei rapporti e trovare delle affinità. Questa cosa un po’ mi manca” mi dice lui.

“Devo confessarti che un’altra delle tracce che preferisco è “Compleanno”, che non posso non legare a “Sebastian” di “Acquario”. Sono pochi gli artisti italiani con figli: in che modo oggi influisce sul tuo processo artistico? Quali sono i rimpianti di cui parli?” gli chiedo io.


Lui mi dice allora: “Questa traccia è nata un giorno prima che io consegnassi il master del disco, perché mi sono detto: “Questo disco ha tante sfumature, ma manca quella più importante”. È uno sfogo, come un flusso di pensieri”, poi mi confessa: “In realtà non possiamo accostarla a Sebastian, perché quella traccia era nata circa un anno e mezzo prima della sua pubblicazione. Nell’ultimo anno però è cambiato molto: tra lockdown e casini, non vedo mio figlio da un anno. Ci sentiamo sporadicamente, anche in videochiamata, e mi sto perdendo tutti i suoi progressi e i suoi cambiamenti. Non è facile perché so che lui non capisce appieno ciò che sta accadendo. Per lui sono lontano, torno da lui e stiamo insieme, ma non coglie davvero tutto ciò che ci sta dietro. La cosa che mi dispiace di più è proprio questa, cioè che lui non abbia compreso la situazione. O forse l’ha capita e forse fa finta di no”.

Ascolta qui "Compleanno":

Ricordo che quando ascoltai “Ora o mai più” rimasi colpito dalle immagini che CoCo aveva inserito nella narrazione della sua famiglia e, quando in “Compleanno” ho sentito nominare da Corrado la figura di padre, mi son interrogato sulla sua figura e sulla sua natura, quindi interrompo un secondo il flusso dei miei pensieri e gli chiedo: “Quali errori ha compiuto tuo padre e cosa cambieresti del vostro rapporto?”


“Mio padre è una persona molto debole” ammette lui con una sincerità disarmante, “Forse il suo errore principale è stato proprio il non riuscire a gestire la sua debolezza con suo figlio, soprattutto dopo la morte di mia madre” un attimo di silenzio e riprende: “Poi lui è una persona particolare, perché anche lui è un artista. Non abbiamo mai avuto un dialogo, come se ci fosse una sorta di imbarazzo l’un l’altro. I suoi errori sono errori che abbiamo fatto a vicenda.
Quando dico che non voglio fare gli stessi errori di mio padre, voglio dire che non voglio che la mia debolezza nell’affrontare le situazioni della vita vinca sulla mia voglia di essere davvero a fianco di mio figlio”.
Poi conclude: “Con mio padre ci sentiamo, ma saltuariamente, anche perché oggi lui vive alle Canarie. Il vero punto è che facciamo fatica a dirci le cose: anche quando deve dirmi che gli è piaciuto il disco, mi scrive: “Bello il disco”. Poi basta, nulla di più. Non c’è una grande comunicazione, ma so che c’è un grande affetto, anche se siamo sempre per le nostre”.

Per concludere, gli dico: “Sempre in ‘Ora o mai più” dicevi “Prova a prendere un pesce rosso e travasarlo in un oceano”, ora invece in “Sperlonga Vecchia Freestyle”“Ora l’acquario fra è un oceano”: cosa provi rivedendo il Coco di un anno fa?”.


“Per quanto possa risultare scontato: ogni passo è stato fondamentale per arrivare dove sono, al CoCo di un anno fa direi di crederci sempre più, di fottersene e di inseguire le proprie convinzioni. Anche nelle discussioni o in dibattiti tra amici, io difficilmente mi espongo, anche se la penso diversamente da te. Piuttosto di dirti “Guarda, stai dicendo una cazzata”, preferisco tenere per me il pensiero. Un poco sono cambiato da questo punto di vista. Quello che ho imparato è che alla fine essere se stessi è sempre la chiave giusta per arrivare e per lasciare qualcosa”.

Ritengo che a volte l’evoluzione degli artisti sia sottovalutata dagli ascoltatori: la capacità di crescere e aprirsi man mano che si matura è una caratteristica che, con il tempo, permette una sempre maggiore fidelizzazione del proprio pubblico.


L’ho detto a CoCo: “Mi piace molto la scrittura del disco, perché mi dà l’idea che più cresci più ti apri nell’espressione e nella tua interiorità”, lui mi ha detto: “Mi è costato molto, ma son contento di dove sono ora. La strada è lunga e in salita, ma sono felice, perché ci credo davvero”.

Ascolta qui "Floridiana":

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Autore:
Federico Maccarrone
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